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A colloquio con Giorgia Piccolin, campionessa italiana di tennis tavolo

Giorgia Piccolin, campionessa italiana di tennis tavolo

“Chiunque può giocare: non ci sono limitazioni né di età, né di genere, né di forma fisica. La ragazzina minuta può sconfiggere il tipo tutto muscoli: mi piace, come filosofia. Il ping pong aiuta persino a combattere l’Alzheimer.”
(Susan Sarandon, attrice e produttrice cinematografica)

Prendete un tavolo liscio, una piccola rete o un qualcosa che gli somigli da posizionare a metà del piano, due racchette in legno di ridotte dimensioni, costruibili anche da soli, e una pallina. La straordinarietà del ping pong risiede nella sua semplicità, nella sua “giocabilità democratica” e nell’estrema praticità, perché tutta l’attrezzatura non richiede grandi spazi ed è uno sport che può essere praticato sia all’aperto che nei luoghi chiusi. Questi sono solamente gli aspetti che riguardano il ping-pong amatoriale, un gioco, o meglio, uno sport in cui in molti ci siamo dilettati durante i pomeriggi estivi, nei cortili delle case in campagna o al mare, o d’inverno, in qualche box o magazzino, tra un oggetto domestico e un motorino 50 cc.

In realtà il tennis tavolo non è solo un gioco da cameretta, ma ha una storia ultracentenaria ed uno degli sport più praticati al mondo, se non il più diffuso. Nato nel 1880 principalmente come gioco da svago in Francia, Inghilterra e Stati Uniti, dopo varie modifiche e migliorie la forma moderna del tennis tavolo prese ufficialmente piede nel 1926 quando nacque la prima federazione internazionale di tennis tavolo. La codificazione dei regolamenti ha dato il via ai primi tornei internazionali e la rapida diffusione in Europa e poi in Asia, ha generato un interesse collettivo verso questo sport. In Cina, negli anni ’50, è diventato sport nazionale su decisione di Mao Tse Tung. Non fu solo un evento di facciata perché i cinesi diventarono i maestri indiscussi di questo sport con 24 medaglie olimpiche su 28 vinte dal 1988 ad oggi.

Giorgia Piccolin è una delle piccole grandi pongiste italiane che cerca di tenere alto il tricolore nel tennis tavolo. Nata a Bolzano il 15 gennaio del 1996, si è aggiudicata per due volte di seguito il titolo di campionessa italiana, nel 2018 e nel 2019. Vive in Francia per allenarsi meglio ed è tesserata per un club tedesco, una situazione di grande sacrificio e amore per il tennis tavolo che la obbliga a prendere un treno ogni qualvolta è in programma un turno di campionato in terra tedesca.

  • Ciao Giorgia, sono rimasto alla tua vita che scorre in Francia, a Metz, da dove prendi un treno per andare in Germania e allenarti con il tuo club. Sono ancora così movimentate e faticose le tue giornate o è cambiato qualcosa?

La mia vita trascorre ancora in Francia, ma per questa stagione ho deciso di cambiare sede di allenamento e mi sono trasferita a Parigi. Mi alleno nel centro federale francese. Il treno, invece, lo prendo sempre per andare a giocare con il mio club le partite di campionato. Questa è la mia terza stagione in Bundesliga con la stessa società, il Bingen Munster – Sarmsheim. Da quando è iniziata questa situazione del Covid, le mie settimane sono meno movimentate perché il campionato della scorsa stagione si è dovuta stoppare, invece in questa ci siamo dovuti fermare soprattutto in questo mese perché la situazione era iniziata a peggiorare e spostarsi tra uno stato e l’altro era diventato più complicato.

  • Cosa ti manca più di Bolzano e della tua terra?

La cosa che mi manca di più è la mia famiglia. Quando torno a casa mi sento sempre coccolata e riesco a staccare la spina, anche se si tratta di una toccata e fuga. Della mia città invece mi manca vedere le montagne, soprattutto in questo periodo in cui sono innevate, per me hanno un qualcosa di magico.

  • Sulla tua biografia compare la frequentazione del Liceo Scientifico Sportivo, è stata una scelta favorita dalle tua predisposizione allo sport?

La mia scelta di frequentare questo liceo è dipesa dal fatto che in quel modo avrei potuto coniugare la scuola ai miei impegni sportivi. Mi ha spronato in questa scelta sapere che la tutor degli atleti sarebbe stata Antonella Bellutti e che prima di me lo avessero frequentato campioni del calibro di Tania Cagnotto.

  • Molte persone in Italia sono abituate a pensare al tennis tavolo come a uno sport tra amici in una cameretta quando invece risulta addirittura come uno dei più praticati al mondo. Come è nata la tua passione per il ping-pong e perché proprio per questo sport?

La mia passione per il tennis tavolo è nata quasi per caso. Da quando ero piccola, ogni estate con la mia famiglia andavo al mare sulla riviera romagnola e ogni stabilimento balneare aveva diverse aree da gioco in cui c’era spesso il ping-pong, che subito mi incuriosì. All’età di nove anni i miei genitori mi hanno chiesto quale sport che volessi praticare e ho scelto il tennis tavolo. Ovviamente nessuno poteva immaginare che ci fossero delle società sportive dove potersi allenare e che potesse essere un vero e proprio sport. Abbiamo, quindi, cercato a Bolzano una società e da lì ho cominciato. Quando ero più piccolina avevo praticato altri sport, come ovviamente lo sci, il nuoto e il calcio (il mio papà è un allenatore), ma nessuno di questi mi aveva mai colpito come il tennis tavolo. Non c’è un vero e proprio motivo, so solo che per quanto mi fossi appassionata, quando non potevo andare ad allenarmi giocavo contro il muro della mia camera, per la felicità dei miei vicini di casa!

  • Due aspetti fondamentali (correggimi se sbaglio) del tennis tavolo sono i tempi di reazione (i riflessi) e il cercare di anticipare le mosse dell’avversario. Esistono allenamenti specifici a tal proposito?

Si dice che il tennistavolo è come “giocare a scacchi correndo i 100 metri”. Bisogna avere dei riflessi rapidi dato che la pallina viaggia ad una velocità molto alta e nello stesso momento, pensare ad una tattica per mettere in difficoltà il tuo avversario.
I riflessi si migliorano perlopiù allenandosi al tavolo, ma negli ultimi anni si sono sviluppati vari strumenti che ci permettono di allenarli anche fuori dal campo, per esempio il “Fit Light”, le luci colorate che spegni col tocco, o anche gli occhiali stroboscopici che limitano la vista in diversi modi per essere più performanti una volta tolti. Per anticipare le mosse dell’avversario analizziamo molto i video dell’avversario con cui andremo a giocare. Se giorni prima conosco già chi devo affrontare, vado a svolgere degli esercizi di tattica mirati.

  • Credi che per questa disciplina nel nostro paese manchi qualcosa a livello strutturale? Il gap rispetto ad altri paesi dipende da fattori storici, da un vuoto di tradizione, oppure ci sono altri motivi? 

Ci sono diversi fattori che portano questo sport a non essere così conosciuto e a impedirne la crescita. Penso che il motivo principale sia il livello culturale, facciamo ancora troppa fatica ad accettare che un bambino pratichi uno sport “minore”.
Anche quando l’Italia è riuscita ad ottenere dei risultati di rilievo (terzi al mondo nel 2000 e campionesse d’Europa nel 2003 peraltro in casa) non siamo riusciti a pubblicizzarli al di fuori degli addetti ai lavori. Per di più, altre nazioni hanno un numero di iscritti molto più importante e ciò crea la possibilità di aver maggior bacino d’utenza e un serbatoio in cui trovare i campioni del domani.

  • Hai più volte dichiarato che il tuo sogno è di partecipare alle Olimpiadi di Tokyo, un traguardo che ritieni difficile e al tempo stesso meraviglioso. Come sta procedendo questa rincorsa?

Beh sì! Nella scorsa stagione mi stavo preparando al meglio per le qualificazioni olimpiche, ma purtroppo, sono state posticipate al 2021. Per ora l’attività internazionale è ferma. Ho ripreso ad allenarmi quotidianamente nonostante non sappia quale sarà il calendario che mi potrebbe portare a questo sogno.

  • Hai conquistato per due volte di seguito il titolo di campionessa italiana nel singolo, in Italia il record è di Nicoletta Stefanova che ne ha vinti in totale ben 11 nella sua carriera. Sei ancora piuttosto giovane, pensi di riuscire ad avvicinarti a lei?

Nikoletta Stefanova è l’unica atleta italiana ad aver vinto 11 titoli italiani di singoli. Sono giovane ma raggiungerla sarebbe veramente un’impresa. Per il momento mi godo questi miei due titoli e spero in futuro di collezionarne altri.

  • Com’è il rapporto con le tue rivali? Siete amiche anche al di fuori delle gare?

Praticando lo stesso sport conosco le vite delle mie avversarie e i loro sacrifici, ci capita spesso di condividere esperienze di vita durante gare e raduni. Non è facile gestire questa sintonia, dato che in uno sport individuale come questo si compete per lo stesso obiettivo.

  • Il 2020 è stato un anno travagliato, sia per note questioni sanitarie che per le conseguenti ripercussioni sul lato economico e su quello sociale. Cosa pensi del futuro dell’umanità?

Questo periodo ci ha fatto capire quanto la responsabilità di ognuno di noi possa fare la differenza. Spero che ci possa servire come monito per tutte quelle problematiche risolvibili solo con l’apporto della comunità.

  • Una volta terminata la tua carriera sportiva cosa ti aspetterai dal tuo futuro?

Bella domanda! Due anni fa sono entrata far parte del Gruppo Sportivo Esercito, grazie al quale ho l’opportunità di focalizzarmi sul presente. Per questo colgo l’occasione per ringraziare la Forza Armata per il supporto e il sostegno quotidiano.
Più avanti ci penserò, al momento credo di avere ancora molti anni da atleta davanti a me.

  • Concludiamo tutte le nostre interviste con tre domande le cui risposte saranno successivamente raccolte in un pezzo unico. Qual è il libro che stai leggendo? Quale canzone ti sta accompagnando in questo ultimo periodo? Qual è il tuo piatto preferito?

Ho appena finito di leggere un libro di Fabio Volo ed ho appena iniziato “Get in the game” di A. Calcagno. La canzone che mi sta accompagnando in questo periodo è “Let’s Love” di David Guetta feat. Sia. Ti vorrei correggere perché in realtà ce ne sono tanti di piatti preferiti! Ma quello che mi fa venire l’acquolina in bocca sono le fettuccine al tartufo.