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Il cielo più bello che c’è non si vede all’aria aperta

capolavoro del Trecento italiano, realizzato da Giotto

…perché è dipinto sul soffitto di una piccola cappella che custodisce il capolavoro del Trecento italiano, realizzato da Giotto nella sua maturità.
È quello della Cappella degli Scrovegni a Padova, che ritrae per la prima volta la celeberrima stella cometa di Halley

In certe giornate fredde, quando il vento ripulisce l’aria e il ghiaccio rende lucide le strade e le notti sono più luminose, è facile ritrovarsi in un luogo dove la bellezza della sera può sorprenderti, con un magnifico cielo stellato. Ma per vedere il cielo più bello che c’è, quello che è capace di lasciarti senza parole, non devi andare all’aria aperta: bisogna entrare dentro la Cappella degli Scrovegni. Lì trovi un cielo che è un’esperienza unica.

Ti ammutolisce, lo vedi terso e ampio, e tempestato di piccole stelle a otto punte: si spalanca sopra di noi, è di un magico blu cobalto che si lascia guardare e diventa spettacolo.

È il cielo dipinto sul soffitto di una piccola cappella che custodisce il capolavoro del Trecento italiano, famoso per essere il ciclo di affreschi più completo realizzato da Giotto nella sua maturità.

Era il 1300 quando Enrico Scrovegni, ricchissimo banchiere padovano, acquistò il terreno tra i ruderi dell’Arena di Padova; tre anni dopo vi fece costruire una Cappella dedicata alla Vergine Annunziata. Fu un voto a suffragio del padre, uomo d’affari spregiudicato, che si arricchì facendo prestiti a usura. Ma fu anche il gesto di uno scaltro uomo d’affari che intese riabilitare il buon nome delle famiglia, oggetto di gossip e chiacchiere da parte dei media dell’epoca, con Dante e la  sua Divina Commedia tra i principali denigratori.

Ecco perché Enrico Scrovegni affidò la decorazione della cappella a uno dei più grandi e famosi artisti del suo tempo, cui diede il compito di rappresentare qualcosa di così straordinario e splendido, da esser capace di far ricordare il nome del committente e della sua tanto vituperata famiglia, per qualcosa di grandioso e positivo. Ben fatto. L’impresa gli riuscì.

E fu così che Giotto di Bondone, conosciuto semplicemente come Giotto, realizzò una tra le opere più belle della storia dell’arte e facendo sì che un cognome tanto disprezzato, diventasse uno tra quelli che è bello nominare e ricordare. È per lui, l’usuraio il cui nome sarebbe stato meglio dimenticare e non pronunciare mai più, tanto da essere collocato all’Inferno da Dante, che fu dipinto e immortalato il cielo più bello.

Si, perché Giotto non dipinse un cielo notturno qualsiasi, ma il cielo spettacolare che fu segnato dal passaggio della cometa di Halley. È proprio il cielo del 1301 quello che Giotto ritrae nel soffitto della Cappella. È stata la storica dell’arte Roberta Olson ad avanzare per prima la curiosa e affascinante ipotesi. Giotto avrebbe in effetti avuto la possibilità di vederla dal vivo, restandone talmente impressionato da decidere di immortalarla, contro ogni convenzione, nella sua personale interpretazione delle Storie di Gesù. Fu il primo artista a dipingere la celeberrima stella cometa.

Da poco restaurata, la Cappella degli Scrovegni ospita un verosimile cielo stellato, dai colori vividi e accesi, sotto il quale si avvicendano gli episodi della vita di Gesù e Maria e di quella di Gioacchino e Anna.  Nel “suo Vangelo”, Giotto ci racconta la storia di Gesù: parla della sua infanzia, della sua vita pubblica, nel dramma della Passione, della sua Morte e della Risurrezione.

I fatti che ci vengono offerti dal pennello di Giotto con realismo di fatti e sentimenti, come un film hollywoodiano. I volti piangono e ridono con tratti limpidi o rugosi, le scene risaltano su sfondi di palazzi e nel contorno di personaggi conosciuti; il suo pennello fa sorridere cavalli e pesci, ironizza sul pancione del cuoco assaggiatore del buon vino di Cana, disegna l’orecchio a penzoloni che Pietro taglia al soldato, fa quasi uscire dal quadro Cristo risorto, proteso verso un’altra vita. Ogni particolare parla e racconta, grazie anche a una simbologia che raccoglie l’umano e il divino: la scansione blu e rossa dei vestiti svelano l’umano e il divino in Gesù e Maria; il rosso ci parla di carità, il bianco annuncia la fede, il verde della speranza, le aureole d’oro sono collocate non solo su Cristo e gli apostoli ma anche sul centurione che riconosce il Figlio di Dio appena spirato in croce.

Tutti i riquadri vengono proiettati nella luce del tondo sull’arcata superiore, dove risplende il volto di Cristo e dove si compie il giudizio finale, spalancato sul paradiso e inabissato nell’inferno, dove manco a dirlo, il capostipite della famiglia Scrovegni non viene giudicato!