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Protagoniste: Chiara Caselli

Protagoniste: Chiara Caselli
[All images courtesy of Sky]

Chiara Caselli è un artista a tutto tondo: regista, attrice, fotografa, videoartista.

Inizia la sua carriera d’attrice a 19 anni e recita diretta da grandi maestri del cinema mondiale, tra cui Michelangelo Antonioni, Liliana Cavani, Marco Tullio Giordana, Gus Van Sant, i fratelli Taviani, Dario Argento. Indimenticabile la sua interpretazione accanto a Keanu Reeves e l’indimenticato River Phoenix in Belli e Dannati che quest’anno celebra i 30 anni dall’uscita.

Il primo amore di Chiara è però la fotografia, complice il regalo, fattole dal padre a 14 anni, della prima macchina fotografica, una Olympus OM- 1. Anche questa passione si trasforma in arte vera e propria e Chiara Caselli, nel 2008, espone per la prima volta le sue opere. Seguiranno numerose mostre tra cui una personale nel 2014 fino all’ultima, curata da Vittorio Sgarbi e attualmente ospitata al Museo Palazzo Doebbing.

Il passaggio dietro la macchina da presa invece arriva per Chiara nel 2000 con il corto Per Sempre, presentato a Venezia e ancora nel 2016 con Molly Bloom, sempre presentato al Lido e vincitore di un Premio Speciale Nastri d’Argento nel 2017. Da attrice è tornata a far parlare di sé in una veste inedita per Pupi Avati nel 2019 in Il Signor Diavolo in cui è una dark lady oscurissima e impeccabile, ruolo in cui non l’avevamo mai vista. Diretta nuovamente da Pupi Avati, stiamo per vederla in Lei Mi parla ancora, dall’8 febbraio su Sky, un’occasione perfetta per farci accompagnare da Chiara in un viaggio nella sua vita di artista eclettica, profonda e poliedrica.

[All images courtesy of Sky]

Fra poco ti vedremo in prima esclusiva nel cast di Lei Mi parla ancora, nuovo film di Pupi Avati con cui sei tornata a lavorare dopo Il Signor Diavolo. Che esperienza è stata? Interpreti la figlia del protagonista in un film che celebra una storia d’amore, il ricordo di un legame che perdura oltre la morte.

È la seconda volta che lavoro con Pupi con grande felicità. So che mi considera parte della famiglia e spero di poter continuare questo viaggio meraviglioso vicino a lui. Mentre nel primo film ero un personaggio noir, la dark lady, anche se il contesto era estremamente realistico, ambientato nell’Italia degli anni ‘50,  qui invece è un film realistico che parla di un amore che può durare tutta una vita, anzi, può durare per sempre, come dicono il mio papà e la mia mamma nel film. Per sempre vuol dire anche dopo la morte. È un film necessario secondo me, soprattutto adesso. Il mio personaggio è La Figlia e tanti sapranno che il film è liberamente ispirato al libro Lei mi parla ancora scritto dal papà di Vittorio ed Elisabetta Sgarbi e quindi io nel film sarei Elisabetta. Il fatto però che già in sceneggiatura Pupi abbia chiamato il mio personaggio La Figlia, dice molto della direzione che voleva prendere, cioè usare degli elementi di Elisabetta ma il focus del personaggio era il suo essere figlia, una donna che perde la madre e poi si prende cura del padre e del suo dolore. Il padre poi è un meraviglioso Renato Pozzetto, sorprendente. Quando muore la moglie che è stata la sua compagna per sessant’anni gli manca un pilastro e comincia a vagare nell’età della sua vita ed è ovviamente sperso. Così, la figlia che è un editore, per dare un senso a questo suo vagare, per dargli una direzione, qualcosa della quale occuparsi nel poco tempo che probabilmente avrà davanti a sé, trova un ghost writer in modo che questo suo vagare prenda una forma scritta. In questo senso questo è il motore della storia e del personaggio di Elisabetta ho preso soprattutto quello che c’era scritto nella sceneggiatura, il suo essere figlia, il suo prendersi cura.

Hai avuto bisogno anche di leggere il libro di Giuseppe Sgarbi pur conoscendo Elisabetta o la sceneggiatura di Pupi era abbastanza esaustiva per preparare il ruolo?

Il libro l’ho letto comunque anche se non sarebbe stato necessario perché la scrittura di Pupi Avati è di altissimo livello e lì dentro, anche se uno non conoscesse i personaggi veri della storia, ci sono tutte le indicazioni del quale un attore ha bisogno. Poi, nel mio caso, Elisabetta la conosco e più che chiederle cose che ricostruissero il suo rapporto con la sua mamma e il suo papà, ho preferito fare un lavoro attorno, ricostruendolo un po’ come un personaggio storico, prendendo delle interviste, ascoltandola quando faceva la presentazione di La Milanesiana. C’era un’intervista di Claudio Magris che per me è stata molto importante perché penso che fosse quando quando Elisabetta gli diede il libro Lei mi parla ancora e il lutto per la morte della mamma e di recente del papà, era ancora fresco. Le tremava la voce e le tremava la mano e Magris le chiese: “ma tu piangi molto?” e lei rispose “no, assolutamente, però ogni tanto mi incrino, mi rompo e poi mi riprendo”.  Questo essere fragile in una forza che deve essere evidente è stata la guida di un personaggio, ho cercato di introdurre questo elemento di forza propulsiva che va avanti comunque e che quando si rompe nel film lo si vede. In un incontro con il personaggio di Fabrizio Gifuni, il ghostwriter nel film, lei, una persona forte, si rompe, si sfrangia dentro ma poi subito si recupera. 

[All images courtesy of Sky]

Ti ho definita artista perché forse sarebbe limitante definirti solo fotografa. Ci accompagni in quest’altra manifestazione di te?

Sono una persona molto curiosa e mi piace imparare l’arte. Essere artista, termine usato come sostantivo e non come aggettivo, mi raccomando, vuol dire avere bisogno di trasformare (e poi riuscire a farlo) un sentire il mondo, una visione, in qualcosa di esterno. In questo modo da una parte te ne liberi, forse, però riesci a dare una forma al tuo mondo interno e per dare una forma hai bisogno di un mezzo. Il primo mezzo che ho incontrato nella vita di fatto è stata la fotografia perché ero veramente poco più di una bambina quando mio padre mi regalò la prima macchina fotografica e andavo a lavorare in una camera oscura, in un laboratorio sotto casa. Poi mi ha accompagnato la fotografia fino a quando nel 2008 ho cominciato a esporre e per fortuna è andato gradualmente perché quella è un’attività molto complicata che impari poco alla volta. Il secondo mezzo è stato la recitazione, io ero una ragazzina chiusissima come tanti adolescenti, con un mondo interno esplosivo che però implodeva nell’impossibilità di uscire per tante ragioni. Un giorno trovai un manifesto di una scuola di teatro e non so perché ho iniziato a farlo. Facendolo ho intuito che quella cosa lì mi permetteva di far uscire, di dare appunto una forma a quello che in quel momento era un sentire disorganizzato mentre recitare ti dava una forma definita che non è la tua perché il personaggio è un alibi perfetto e poi poco alla volta mi sono spostata anche sulla regia e l’ultima cosa che ho fatto è stata una video installazione per il capodanno Romano, questo il mio percorso. Adesso sto imparando, sono sempre stata una grande rompiscatole nei confronti di me stessa, sono perfezionista, ho bisogno di avere il controllo, di dedicarmi al 100% però fino a qualche anno fa, forse anche perché mio figlio era piccolo e adesso invece un ragazzone, tendevo a fare solo una cosa. Negli ultimi tre anni invece, ho meravigliosamente imparato a surfare, faccio una cosa e faccio anche quell’altra.  Faticosetto ma ci sto riuscendo e sono molto contenta di riuscire a pattinare sulle varie cose che ho imparato a fare, che mi piace fare e iniziare anche percorsi nuovi come per esempio la videoinstallazione che è probabilmente il mattoncino iniziale di un altro progetto.

[All images courtesy of Sky]

Visto che hai lavorato con i più grandi registi nazionali e internazionali,  dal tuo punto di vista come si sono evoluti i personaggi femminili, se si sono evoluti e a che punto siamo adesso?

Sicuramente si stanno evolvendo, forse stanno capendo anche loro che il femminile non può essere racchiuso dentro un’età che è quella della giovinezza che è bellissima per carità.  Da regista, come mi è capitato per Molly Bloom, so che è un piacere riprendere un corpo, un viso giovane, raccontare la giovinezza. Il femminile però non è racchiuso in quello, quella è una parte dell’età di una donna allora è evidente che nel momento in cui il 99,9% dei registi sono maschi, i produttori sono maschi e i distributori sono maschi, inconsapevolmente o consapevolmente, non lo sappiamo e non ci interessa, proiettino un desiderio perché poi la macchina da presa è desiderio, tu devi fortemente desiderare. Per fortuna, diciamo anche negli ultimi 10 anni, le cose, più o meno velocemente, stanno cambiando, ci sono anche più registe donne e per la questione femminile, facendo tutta la tara possibile, credo sia comunque un bel momento per noi adesso. Credo si sia svoltato un angolo dal quale non si può tornare indietro, sarà molto dura, sarà molto faticosa, ancora ci sono tantissime cose che non devono succedere, parliamo della violenza fisica, quella psicologica e della dipendenza psicologica e di tante altre cose per carità, però io penso che l’angolo sia girato. Se io vedo non so, la generazione di mio figlio che è maschio e figlio unico, noto che la parità con le ragazze è un dato di fatto.  Parliamo ovviamente di nicchie perché non penso sia così sempre e dovunque ma spero e penso che i ragazzi di questa generazione in maniera naturale vivranno la parità di opportunità mentre la mia generazione veramente ha dovuto lottare tanto non solo con il mondo esterno ma anche con se stessa.  Credere in se stessi non è una cosa data mentre forse la nuova generazione ce la fa. Tornando invece al mio lavoro, io mi ricordo che più di 10 anni fa stavo per fare il mio primo film da regista che poi invece non si fece e mi ricordo riunioni di sceneggiatura insieme a possibili coproduttori dove io leggevo il sottotesto nei loro commenti che era “sei un’attrice, sei una femmina, sei giovane, che cavolo fai?” . E questo accadeva con tutto che io non sono una che si è mai proposta per la sua prorompente femminilità.  Adesso so che non succede più, ci sono grandi registe donne, come ad esempio Alice Rohwarcher o Valeria Golino e le cose non possono che andare meglio, anche se con in mezzo ancora tante storture, purtroppo.