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Dialogo con Josefa Idem, la leggenda delle Olimpiadi e della canoa

JOSEFA IDEM – photo: World Paddle Awards

“Per arrivare alla fonte bisogna navigare controcorrente.”
(Stanisław Jerzy Lec)

Il concetto di immarcescibile nello sport può contemplare la sfera del mito che si radica in eterno nelle coscienze e nella memoria collettiva, dell’epica letteraria, giornalistica e immaginifica, del gesto atletico, e di quella ristretta cerchia di sportivi e sportive che hanno fatto dell’indistruttibilità fisica e mentale uno dei punti di forza della propria carriera. Josefa Idem rappresenta tutti gli elementi appena citati e la sua storia di vita simboleggia il moto perpetuo di una imbarcazione imperturbabile dinanzi alle correnti avverse e all’anagrafico, inesorabile, sopravanzare degli anni.

Nata il 23 settembre del 1964 nella cittadina di Goch, nella zona più occidentale della Germania, Josefa Idem ha iniziato la sua carriera in canoa nella sua terra natale prima di trasferirsi nel nostro paese e di rappresentare per moltissimi anni l’Italia. Il primo successo importante arriva nel 1984 all’età di 20 anni, quando partecipa alla prima Olimpiade di una lunghissima serie (è l’atleta femminile con più Giochi olimpici disputati in assoluto), a Los Angeles, vincendo la medaglia di bronzo in coppia con Barbara Schüttpelz. 

Dopo le Olimpiadi del 1988 si stabilisce in Italia e sotto la guida di Guglielmo Guerrini, l’allenatore che diventerà poco dopo suo marito consentendole di ottenere la cittadinanza italiana, comincia una costante crescita sportiva e un percorso che la porterà alla medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Atlanta, a 3 titoli mondiali e soprattutto alla medaglia d’oro nel K1 500 m alle Olimpiadi di Sydney nel 2000.

A 40 anni, 15 mesi dopo la seconda maternità, vince la medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Atene nel 2004. Quattro anni più tardi, a Pechino, si aggiudica la medaglia di argento arrivando a soli 4 millesimi di secondo dall’oro. Nel 2012, alle Olimpiadi di Londra, chiude una eccezionale carriera con un fantastico quinto posto all’età di 48 anni, a soli tre decimi dal podio.  

Buonasera dott.ssa Idem, ci racconti la sua infanzia in Germania e come è nata la sua passione per la canoa.

Ho iniziato per merito di mia sorella che, dopo aver letto un volantino promozionale a scuola in cui si invitavano gli studenti a provare questo sport, ha deciso di provare per curiosità. A quel punto l’ho seguita.

Cosa direbbe a una ragazzina o a un ragazzino che si sta avvicinando a questo sport?

Direi loro innanzitutto di gioire del mezzo e degli elementi con cui si ha a che fare, anche del solo fatto di stare fuori all’aperto. Gli direi di provare questo sport per vedere se a loro piace pagaiare sull’acqua, quando si è bambini devono esistere prima di tutto il piacere e la passione. Agli adulti che allenano i bambini dico di approcciarsi a loro cercando di trasmettergli il senso del divertimento e del muoversi all’aria aperta, nell’acqua e nella natura. 

Lei ha vinto la prima medaglia olimpica gareggiando per la Nazionale della Germania Ovest prima di trasferirsi in Italia e diventare cittadina italiana. Da quando si è trasferita nel nostro paese la sua carriera è stata un crescendo di miglioramenti, pensa che senza l’unione sportiva e coniugale con suo marito avrebbe raggiunto ugualmente i grandi risultati?

Penso sia letteralmente inutile cercare di immaginare come sarebbe stata la mia vita se avessi fatto scelte diverse. Feci questa scelta perché in Germania mi proponevano di continuare a praticare sport ad alti livelli, ma era una visione molto centrata sul risultato, sul sacrificio e sulla prestazione. Non era il mio desiderio principale. La scelta  di andare via l’ho fatta prima di tutto perché ero innamorata, anche lui aveva una grande passione per lo sport e abbiamo preso una decisione condivisa al 100%. Abbiamo posto insieme le basi per il futuro. 

La sua medaglia d’oro del 2000 alle Olimpiadi di Sydney è stata conquistata in condizioni meteo al limite e con un vento contrario molto forte. Giampiero Galeazzi, il guru delle telecronache della canoa e del canottaggio, al termine della competizione e con il suo solito impeto di coinvolgimento emotivo, la definì “una gara stupenda, terribile, con condizioni atmosferiche impossibili, finalmente questa 36enne riesce a far sua un’Olimpiade meritatissima!”. Qual è il suo frammento di ricordo più vivo di quel giorno? 

E’ il momento un cui mi stacco dai blocchi e mi viene addosso la prima onda gelida, ho avuto un brivido per quanto fosse fredda, mi è mancato per un attimo il respiro. Sensazioni unite al pensiero “Mio Dio, ci hanno fatto partire!”. Avevamo fatto molto tardi, la gara era stata posticipata più volte ed era l’ultimo giorno utile per la finale  perché l’indomani le Olimpiadi dovevano terminare. Ci portarono da mangiare dall’albergo. Erano i tortellini, non esattamente la dieta più indicata per un’atleta in procinto di gareggiare per una finale olimpica…

Lei è l’atleta femminile con più giochi olimpici disputati in assoluto e si è ritirata dall’attività agonistica all’età record di 48 anni, dopo un quinto posto all’Olimpiade di Londra, a soli 3 centesimi dal podio. La domanda più spontanea e scontata riguarda il segreto della sua longevità sportiva, quella più impertinente si allaccia alla sua seconda maternità a 38 anni e se ha pensato seriamente di smettere.

No, non ho mai pensato di smettere, anche se per un anno ho sperimentato cosa volesse realmente significare essere un ex atleta visto che ho saltato un’intera stagione. La longevità dipende da un mix di elementi, il primo riguarda l’aver avuto sempre in mente un obiettivo e quindi un risultato, è questo il motore principale del lavoro o dello sport professionistico. Ma non mi sono limitata solo a questo, mi piaceva scoprire nuove motivazioni ogni giorno e capire fino in fondo dove sarei potuta arrivare. Sapevo che questo apprendistato lungo una vita mi avrebbe lasciato delle skills per vivere meglio alcune situazioni. Mi allaccio, ad esempio, proprio al lockdown e alla pandemia. La riduzione della vita sociale per molte persone è dura da affrontare e proprio in questi mesi ho capito che tanti anni vissuti da atleta mi hanno aiutato a gestire le emozioni e le frustrazioni.

In un paio di interviste del passato lei  ricorda con una punta di dispiacere la sua esperienza in politica. A distanza di molti anni, qual è la cosa che le fece più male di quella parentesi?

Sicuramente l’attenzione morbosa dei media mi infastidì molto. I camion di Sky davanti casa, i giornalisti che suonavano il campanello di casa a tutte le ore, sembrava un trattamento riservato ai peggiori criminali quando invece si trattò di un semplice errore fiscale non dipeso da me. C’è stata una shitstorm sproporzionata sulla vicenda, un modo di fare giornalismo estremamente violento. Pensai all’imbarazzo dei miei familiari più che a me stessa.

Quale è la cosa che la fa sentire più italiana che tedesca e quale invece più tedesca che italiana? 

Questa domanda per me non ha molto senso perché mi sento al 100% tedesca e al 100% italiana. Non sono d’accordo con chi dice di essere per metà di una nazionalità e per metà l’altra, io sento di essere pienamente entrambe le cose. Tutto ciò che sono è la fusione dell’italianità e dell’essere tedesca. Mio marito, ad esempio, può apparire più tedesco di me, è più pratico e pragmatico.

Lei è molto impegnata nel sociale, è stata testimonial di campagne di sensibilizzazione sulla sclerosi multipla, sulla donazione di organi ed è testimonial dell’Associazione Italiana Sclerosi Multipla. Da dove e perché nasce questo impegno? C’è qualche storia particolare che l’ha colpita?

Sono tematiche trascurate, anche le stesse organizzazioni non ricevono l’attenzione che meriterebbero. Il fatto che un personaggio o un’atleta sulla cresta dell’onda e di una certa fama utilizzi la sua immagine per supportare queste realtà lo trovo molto positivo, è un piccolo contributo che può generare una grande cassa di risonanza mediatica. Per quanto mi riguarda è il minimo che potessi fare, un modo per ricambiare la fortuna personale che ho avuto dalla vita.

L’umanità sta attraversando un periodo molto complicato a causa della pandemia che ha messo in ginocchio la vita di molte persone sotto molti punti di vista, è preoccupata per il futuro dei suoi figli? Cosa gli sta comunicando  in questo periodo?

Credo molto nell’azione e per i figli noi facciamo ciò che è in nostro potere affinché loro possano avere delle opportunità. Penso che ogni singola persona debba dare il proprio contributo, ma la politica dovrebbe essere più lungimirante. A livello sistemico ci sono cose che non hanno alcun senso, ad esempio è illogico non poter o non voler investire nella sanità e nelle RSA, cercando di preservare i soggetti a rischio, e dall’altra parte perdere soldi con nuovi lockdown che superano di gran lunga i costi che eventualmente metterebbero in sicurezza il sistema sanitario. E’ la politica che dovrebbe avere una visione degna di questo nome. Ai miei figli cerco di spiegare che siamo tutti singoli individui all’interno di sistemi sociali. Il contributo del singolo è certamente molto importante, ma non è sufficiente senza una società coesa e una realtà politica funzionante.

Concludiamo tutte le nostre interviste con tre domande più “leggere” le cui risposte saranno successivamente raccolte in un pezzo unico. Ci può dire il titolo del libro che sta leggendo, la canzone che la accompagna in questo mese e il suo piatto preferito?

In questo momento sto leggendo Martin Korte, un autore tedesco, il suo libro si chiama “Noi siamo memoria – Come i nostri ricordi determinano ciò che siamo”. Sono una grande appassionata della memoria umana e dell’autobiografia in generale. Il nostro piatto preferito in famiglia è il pesce contornato da una miriade di verdure miste, mentre in fatto di musica ultimamente abbiamo spesso ascoltato The Köln Concert del pianista jazz Keith Jarrett.