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Libri: Riccardino di Andrea Camilleri

Riccardino di Andrea Camilleri

Pare brutto ma la prima domanda che uno si fa quando apre Riccardino è: in che modo il Maestro chiuderà la vita letteraria del suo Commissario?

Lo farà morire da eroe, magari salvando un bambino? O lo farà congedare, schifato da un mondo sempre più lontano dalla sua etica e dai suoi ideali? Poi, pagina dopo pagina, scopri che rispondere a quella domanda è sì importante, perché lo sai che quello è l’ultimo Montalbano, ma la storia e la costruzione della trama ti toglie dal tuo pensare.

È un po’ come Cronaca di una morte annunciata. Il protagonista muore nelle prime pagine, non è che te lo immagini, te lo dice Marquez, eppure la capacità dei grandi è riuscire a farti sperare fino all’ultimo che quello che è accaduto non sia accaduto realmente. Il Commissario di Vigata qui prende le sue vere sembianze e anche un po’ le distanze dal suo doppio televisivo. E dialoga con Camilleri, l’Autore, che lo chiama da Roma a proporgli diversi scenari nella conduzione e nella risoluzione dell’indagine che sta seguendo: l’omicidio di un giovane direttore di banca. Un delitto dietro il quale non c’è solo una storia di corna come si vuol far credere: c’è mafia, droga, potere costituito, addirittura un vescovo. Camilleri ci prova a dare una via d’uscita di comodo a Montalbano, la passerella onorevole prima della pensione, ma quello è testardo, non accetta compromessi, va avanti per la sua strada. E l’Autore lo lascia fare. Fino a un certo punto però, perché la penna è la sua. Quindi, dissolvenza.