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Parla il mental coach dello sport: “Sotto i caratteri forti delle atlete c’è altro”

Il parere dell’esperto sulle sfuriate delle azzurre dello sci

Dopo l’attacco alla Federghiaccio durante le Olimpiadi, Arianna Fontana, in un’intervista al Corriere della Sera, si è di nuovo sfogata prendendo di mira il sistema sportivo italiano.

La Fontana ha parlato anche di un presunto boicottaggio nei suoi confronti, durante gli allenamenti. Parole che si aggiungono alle schermaglie tra Sofia Goggia e Federica Brignone. Enrico Clementi, trainer educativo in ambiente sportivo e autore del libro “L’allenamento mentale nello sci alpino. Prospettive e strumenti dal mondo dell’educazione”, ci offre un altro punto di vista.

Dall’esterno sembra di essere di fronte a dei caratteri forti, come nel caso di Arianna Fontana. È veramente così?

Ho sempre avuto dei dubbi a riguardo. Queste atlete hanno sicuramente sviluppato dei caratteri “forti”, ma in un ristretto ambito specifico. Oltre alla Fontana, non sono impressionato più di tanto dall’apparente sicurezza e dalla capacità di verbalizzazione di una Goggia, ad esempio. Sembra sempre molto chiara in quello che dice in quello che fa, possiede sicuramente degli strumenti cognitivi validi, ma sarebbe da capire dal punto di vista emotivo se questa apparente forza corrisponda a un reale senso di autostima. Penso anche ai suoi numerosi infortuni, alcuni certamente evitabili, e mi permetto di ipotizzare una scarsa lucidità nelle sue scelte. Forse è anche consigliata male… Per questo motivo farei attenzione a ciò che appare dai media e dai social.

Quali sono le differenze psicologiche ed emotive che riscontra tra lo sci e gli altri sport?

Si tratta soprattutto di differenze che riguardano il tempo più che lo spazio. Lo sci alpino è uno sport che si pratica pochi mesi l’anno e l’atleta si prepara per mesi interi per affrontare una gara di pochissimi minuti. La pressione, di conseguenza, diventa molto alta. Ti giochi tutta la preparazione in pochi minuti. Un atleta dello sci alpino programma gli allenamenti a partire dalla tarda primavera per un numero circoscritto di gare invernali. Dal punto di vista mentale la gestione delle emozioni è l’elemento più importante, lo sci alpino è uno sport il cui approccio emotivo si differenzia enormemente rispetto, ad esempio, al tennis. In quello sport le gare durano ore e si gareggia praticamente tutto l’anno.

Nello sci alpino l’atleta può vivere una solitudine che nello sport di squadra non percepirebbe?

In realtà anche negli sport individuali il sostegno di una squadra, di atleti amici e rivali allo stesso tempo, può avere una sua funzione. Può succedere anche il contrario, come il recente caso tra Sofia Goggia e Federica Brignone, dove atlete della stessa Nazionale diventano quasi nemiche. Nelle categorie giovanili cerco di coinvolgere gli atleti più abili sia dal punto di vista sportivo che comunicativo per fare in modo che trainino il resto del gruppo. Favorire lo sviluppo di un atteggiamento cooperativo è importante. Lavorare sia sulle debolezze di un ragazzo che sulle sue skill sportive è necessario.

Lei sostiene che bisogna “coniugare il funzionare all’esistere”. Ritiene che il mondo dello sport in età giovanile abbia definitivamente accantonato le esigenze individuali per far posto alla smania di risultati?

Cerco di dare il mio contributo e, sono sincero, molte volte risulta difficile cercare di approcciarsi a certe tipologie di genitori… Noto anche una tendenza nell’atteggiamento degli allenatori ormai improntata prevalentemente al risultato cronometrico. E’ assolutamente riduttivo il risultato in gara rispetto all’ampiezza dell’esperienza che sta vivendo il ragazzo. Esistono esigenze complesse che vanno oltre l’aspetto delle prestazioni e del risultato, dietro c’è un altro mondo come quello delle famiglie. C’è il viaggio, ci sono i paesaggi bellissimi della montagna, c’è l’amicizia, ci sono le passeggiate nei boschi. Vedo ragazzi che dopo la prima manche si tolgono gli scarponi e vanno via, senza godersi una passeggiata o un panorama. E’ un mondo già troppo viziato dall’aspetto agonistico e dalla smania di risultati. Il cronometro andrebbe ridimensionato, dovrebbe essere solo una delle tante variabili per la crescita individuale dei ragazzi.

Da dove nasce il suo particolare interesse per lo sci alpino come materia di studio?


Da ragazzo vivevo in Valtellina e per molti anni ho anche insegnato lì, nelle scuole medie. Ho iniziato le prime collaborazioni con gli Sci Club a inizio anni ’90 sul versante educativo. Il mio è un autentico amore per la montagna, mi piace stare con i piedi sugli sci. A monte c’è anche una passione individuale per la disciplina e dall’esperienza lavorativa mi sono reso conto di quanto sia complesso e articolato il mondo giovanile dello sport. Esistono esigenze complesse che vanno oltre l’aspetto delle prestazioni e del risultato, dietro c’è un altro mondo come quello delle famiglie. Il passato nelle scuole mi ha permesso di unire due contesti educativi nei miei metodi. Uno è formale, fatto di programmi e di valutazioni scolastiche, l’altro più informale, ma non meno importante come quello dello sport. Reputo strutture come gli Sci Club vere e proprie “Agenzie Educative”, come la famiglia e la scuola.

Qual è il miglioramento di un atleta che ha seguito e che l’ha resa maggiormente fiera del suo lavoro?

Alcuni ragazzi mi hanno sorpreso, ma allo stesso tempo è difficile fare una lettura completa di tutto ciò che hanno recepito. La cosa che mi appaga di più è partecipare al loro processo di crescita. Faccio fatica a ricondurre la crescita a un mero aspetto di prestazione agonistica. Ovvio, se arriva il grande risultato agonistico ne sono felice, ma per quanto mi riguarda il podio è la somma di un lavoro a monte che riguarda principalmente la persona. Non credo alla marcata preponderanza dell’approccio composto da un insieme di tecniche, che restano tuttavia rilevanti. Il punto fondamentale consiste nel lavorare sull’autostima e sull’auto-efficacia percepita, che riguarda la percezione del ragazzo mentre svolge una certa attività.