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Pink Society

lo sguardo rosa sulla società

Protagoniste: storia di Simona, Valeria, Giulia, Nadia – sportive doc, dure come l’acciaio e ultra-simpatiche: sono loro le migliori!

Tre giorni di Allinparty e di risate

(Tre giorni di Allinparty e di risate)

Se penso ai tre giorni all’Allinparty di Milazzo (il festival di sport inclusivo) la prima cosa che ricordo è il profumo del gelsomino. Ma subito dopo mi avvolge il senso di complicità che ho provato per la prima volta, incontrando campioni e campionesse paralimpiche, e da atleti delle nostre nazionali, e poi loro, Simona, Giulia, Valeria, Nadia, con loro lo sport è un’altra cosa. Ti emoziona di più.

Chi ama lo sport sa che il valore dell’inclusione è insito nel suo DNA. Ma per persone come me, poco abituate a questo mondo, scoprirlo è una sorpresa. Al festival dello sport inclusivo di Milazzo ho incrociato sguardi che mi hanno fatto conoscere il senso autentico della gioia. Qui tutti hanno vinto. Le abbiamo vinte davvero tutte le sfide: raccolte e vinte con una risata liberatoria.

Simona Lo Cascio (basket), Giulia Zini (savate), Valeria Pappalardo (nuoto) e Nadia Bala (sitting volley) non sono eroine ma campionesse di razza. Sono donne e atlete formidabili perché conoscono il valore della sconfitta, (io dico che è per questo che inanellano una vittoria dietro l’altra), sanno correre anche se non sempre possono farlo con le loro gambe, sono libere perché non accettano limitazioni, lo sport le ha messe tutte alla pari.

La prima cosa che ti colpisce di Simona Lo Cascio non è la tenacia e la forza fisica, ma la risata: ti travolge. Lei è la numero uno del basket paralimpico italiano, è capitano della nazionale sordi. Gioca per vincere e ci va giù dura con le atlete della sua squadra; tra le cose di cui è terribilmente orgogliosa, le partite vinte contro le squadre di basket americane: “abbiamo battuto per ben due volte gli Stati Uniti d’America. Una soddisfazione pazzesca. Ci portiamo a casa con grande gioia questa medaglia”.  Il bronzo è appena stato vinto a Tel Aviv, l’argento conquistato ai mondiali è dell’anno scorso.

A raccontarsi è Simona Lo Cascio, capitano messinese delle azzurre, che affronta con ironia quella che chiama “disabilità invisibile”. Dice che si reputa fortunata, perché grazie all’aiuto di una grande famiglia (quella di origine e quella dello sport) non si è mai sentita un passo indietro. E di strada ne ha fatta tanta.

Cosa ha di bello il basket? “Tutto”! E la sua risata da simpatica canaglia riempie di significato quel “tutto”. E racconta, che “se sei sorda, rischi di non capire cosa vuol dire essere parte attiva della tua vita, corri il pericolo di essere tenuta ai margini della vita, spesso è proprio la tua famiglia a fare carte farse per proteggerti e crearti reti protezione che tendono a isolare e a non farti crescere. Quella dello sport è un altro tipo di famiglia; anche questo ti dà delle regole, ma sono uguali per tutti. “Giocare in una squadra vuol dire avere tutti le stesse regole, combattere le stesse sfide. E l’intesa, in squadra, arriva. Impari il valore della sfida. Che la comunicazione non è solo fatta di suoni. Ma di sguardi, di forza, di determinazione, di fiducia, schemi e ritmi condivisi. In squadra superi tutto, sfidi te stesso e gli altri, costruisci amicizie e complicità. La vita la immagino come una piramide: alla base c’è la tua famiglia; al centro c’è lo sport, che ti spinge a interagire e a non chiuderti in te stesso; in alto c’è la società di cui sei parte: queste tre cose devo coesistere”.

Lo sport è inclusione e condivisione. Non si può fraintendere il messaggio di Simona: “grazie al basket io ho capito che sarei riuscita a costruire con le mie forze la mia vita, senza che le paure mi limitassero. Ho capito che avrei potuto laurearmi in economia e commercio senza l’aiuto di nessuna agevolazione legate alla mia disabilità. Mi sono impegnata a fare trattamenti di logopedia per tutta la mia vita perché volevo parlare e parlare mi piace. Spiego sempre alle persone con cui interagisco, che capisco ciò che dicono, che non sono per niente diversa, che semplicemente leggo dalle loro labbra le parole anziché ascoltarle…

Non ho mai avuto vergogna della mia sordità – continua Simona –: io gioco con i capelli raccolti perché sono più comodi così. Avevo una compagna di squadra che quando ci allenavamo, teneva i capelli sciolti. A fine campionato ha raccolto i capelli e mi è venuta a dire che se ora non aveva vergogna di far vedere le sue protesi acustiche era per merito mio. Da ora in poi non se ne sarebbe vergognata più”.

È formidabile anche la sua capacità di mettere di buon umore gli altri, soprattutto i più piccoli; la vedi e pensi: è una forza della natura, è bella, simpatica… sa far tutto. Ma tutto no, ho scoperto un suo punto debole, e lo dichiaro dovere di cronaca: non sa sciare. Ai campi da sci e alla neve preferisce la sdraio e una birra ghiacciata.

Che lo sport e la squadra hanno un po’ questa forza e questa “magia”, l’ho capito anche da Valeria Pappalardo. Lei ha un sorriso e uno sguardo di una dolcezza unici, ma si capisce che è fatta d’acciaio. Anche per lei, praticare uno sport vuol dire avere la possibilità di vincere tutte le tue paure e andare oltre.

E se lo dice Valeria, azzurra della nazionale italiana di nuoto che da quando si è buttata nello sport agonistico (non giovanissima, ma a quarant’anni suonati) ha collezionando un mare di medaglie, bisogna stare ad ascoltare.

Lei la conosco già da un po’; è stata testimonial dell’Associazione Italiana Sclerosi Multipla quando AISM ha celebrato i suoi 50 anni; è una donna bellissima, che convive con la SM da trenta e non ha mai permesso a questa malattia di vincere; non ha mai mollato e mai lo farà: proprio qui all’Allinparty ha annunciato che parteciperà alle paralimpiadi di Parigi 2024. Alla faccia della SM e di chi pensa che la disabilità sia un confine come la cortina di ferro.

L’unica cosa impossibile da fare è quella che non si prova”: questa frase, per Valeria è quasi un mantra, che l’ha spinta a studiare due master universitari a 40 anni, tre concorsi, praticare scherma, pallanuoto, nuoto a livello agonistico, vincendo un sacco di medaglie.

L’ ultima cosa impossibile fatta, fare un tuffo in acque libere. In questi giorni di Milazzo è stata “la squadra” (o una combriccola di amici siciliani, dipende dai punti di vista) ad averla spinta a vincere la paura dell’acqua libera e fare un tuffo in mare dalla spiaggia di Milazzo: “erano trent’anni almeno che non nuotavo in mare. Mi fa paura. Amo l’acqua perché sono una siciliana doc, mi alleno in piscina con il mio preparatore atletico almeno tre ore al giorno, tutti i giorni. Ma il mare, visto che non ho senso dell’orientamento a causa della mia malattia e che ho problemi di forza importanti sul lato destro del mio corpo, il mare aperto mi mette ansia, non sicura. Ma oggi è stato un momento di gioia”. Tra compagni di nuoto di Valeria c’erano proprio tanti amici: i volontari dell’Associazione Italiana Sclerosi Multipla; c’era Marco un ragazzo down che ama il rap, tutti gli sport e il suo professore di educazione fisica, un gruppo di atleti che avevano appena fatto a nuoto lo stretto di Messina, e lei, Simona Lo Cascio, brava anche nel nuoto.

Valeria vive e lavora a Pisa; è grazie all’attività sportiva che ha (ri)trovato la forza di affrontare la vita con positività, superando ogni avversità con il suo immancabile sorriso: “Non bisogna fermarsi mai” dice. Da poco è diventata campionessa regionale di nuoto nei 50 metri dorso e nei 50 metri stile libero per la sua categoria, la S3. Ad oggi ha inanellato molti successi e il suo medagliere è ricco: 7 ori, 2 argenti e un bronzo. In più, nei giorni scorsi, ha conquistato un altro argento ai campionati Master di nuoto paralimpico.

Cuore e grinta. Non ci sono tante altre parole per descriverla: “Sono sempre stata una sportiva. Lo sport è vita e, oltre ai benefici a livello fisico, dà una carica in più per andare avanti.”

Al festival dello sport di Milazzo c’era anche Giulia Zini, genovese, anche lei testimonial all’Allinparty. Ha 24 anni ed è l’azzurra della nazionale italiana di savate (box francese): tra pochi giorni combatterà per conquistare il titolo mondiale per l’Italia (che tra parentesi non è mai stato vinto da un italiano, Giulia sarebbe la prima donna italiana a portarlo a casa); oggi è la numero due del titolo europeo.

Anche con lei, l’incontro è pura magia. Lo sport che pratica è duro, tanto che nell’immaginario, il suo viene classificato come uno sport maschile, e subito ti chiedi come sia possibile che una con un viso così dolce e delicato e un fisico così aggraziato, sia capace di menare calci e pugni con una velocità degna di un ninja: te lo fai ripetere due volte, che lei è una azzurra (dal pugno di ferro) di savate. Per convincerti ti fa vedere una sua foto del 2019 (quella in cui ha vinto i campionati europei) mentre esulta sul ring, con guantoni e tricolore sulle spalle: e così ci credo. Ti dice: “sul ring i colpi fanno molto male, ma a tenere a bada il dolore e a mantenere alta la concentrazione, si impara. Ci vuole costanza, impegno, disciplina, ma si impara. Io faccio assalto – spiega la campionessa – ; vuole dire che la conoscenza tattica dell’avversario è fondamentale per vincere. E credetemi se vi dico che questa tipologia del savate, l’assalto, vede soprattutto noi donne a eccellere; siamo le più brave” (e il suo sorriso si illumina).

Ti aspetti una giovane donna concentrata su sé stessa, dura come lo è la disciplina che pratica da sempre. Ma invece conosci una Giulia dalla risata facile, appassionata di cinema (fa la documentarista), si occupa montaggio in TV.

È intelligente e curiosa, simpatica da matti, aperta, elegante e fluida in qualsiasi cosa faccia: sia che abbia la telecamera in spalla, sia che si improvvisi a giocare a calcio con le stampelle così per provare una disciplina che non conosce il calcio con gli amputati per divertirsi un po’: “io a calcio non so mica giocare, ma non si poteva non provare a fare questa cosa, è difficile ma mi sono divertita un sacco! Se riesco una volta o l’altra ci riprovo”.

La sua storia di atleta non ha nulla a che fare con la disabilità, ma con la passione per uno sport conosciuto da pochi, fatto di combattimento fisico elegante e nobile, ma duro, tanto che nell’immaginario, il suo viene classificato come uno sport maschile. Ti basta chiacchierare con lei solo un poco, che la sua gentilezza ti arriva al cuore. La sua vitalità ti travolge di parole, storie, risate, di passioni musicali (un po’ ridicole e agè perché condivise con la mamma e la nonna) e canzoni che si concludono con la sua voce, che canta in falsetto e in maniera un po’ stonata per farti ridere.

Compostezza, calcolo, agilità, forza, resistenza, precisione… lo sport di Giulia è questo. Ma come ogni sport è anche impegno, “a non mollare, accettando una sfida dopo l’altra e fare sempre un po’ di più, e meglio che puoi, ignorando il dolore, la stanchezza, perché fare sport vuol dire tener duro e credere in te stesso: lo sport dà a tutti le stesse opportunità di farcela”.

Per “stare sul ring” – continua – ci vuole costanza, allenamenti infiniti, non essere disposti a mollare ma a incassare. Ho avuto dei bravi maestri, che mi hanno insegnato che quando si combatte, sia che si vinca, sia che si perda, bisogna essere disposti a dare tutto quello che potevi”. E spiega che un buon maestro, cioè quelli che sul ring sono all’angolo, sono persone formidabili, sono guide assolute. Guide che sanno darti forza e motivazione giuste al momento giusto ne ho conosciute almeno due: “uno è mio padre” – e lo dice con una stima (non scontata) e con un affetto immensi, un altro è “il direttore tecnico della nazionale: è un atleta che non conosce i limiti di nessuna sfida, anche perché lui convive con una malattia cronica di quelle serie, è un buon esempio per noi giovani, poterlo avere accanto: ce lo ripete sempre, se non mollo io, anche voi potete tener duro.”.

Cosa ti ha insegnato il tuo sport? “a vincere la paura, a tener testa alle paure; a saper ascoltare gli altri, sempre anche quando sono avversari. Ho imparato che si in gara sia nella vita servono determinazione, disciplina, costanza. Che senza sacrificio non si va in là. Che la soddisfazione vera, arriva quando sai di aver dato tutto il possibile, tutto il meglio che potevi”.

Nadia Bala è una veneta doc. Per lei, che muove in carrozzina, dovrebbero utilizzare gli autovelox. E’ la protagonista della prima squadra di sitting volley creata in Italia. Ora ne è Commissaria Federale.

Dove non arriva il corpo arriva la mente, dove non arriva la mente arriva lo spirito”: il motto degli atleti paralimpici è questo, e Nadia Bala, atleta 29enne di Rovigo, lo conosce bene. E’ tornata a vive una vita piena e intensa grazie al Sitting Volley, dopo una diagnosi di epilessia e altre patologie che a 26 anni, l’hanno costretta su una sedia a rotelle.

“Qualsiasi malattia può essere affrontata attraverso lo sport di squadra, perché stare in campo significa aiutarsi”, sostiene Nadia.

Accettare e governare la sua condizione di salute non è stato facile, ma dopo un anno esatto dalla diagnosi c’è stato l’incontro con lo sport paralimpico, in particolare con il Sitting Volley, Nadia ha smesso di “guardare per terra” scelto di gettarsi di nuovo nella mischia della vita e dello sport.
Ma lo sport non serve solo al singolo. Lo sport aiuta a demolire qualsiasi pregiudizio è lo sport, per una disciplina inclusiva, la parola diversità rimane fuori dalla palestra. 

Lo sport mi ha cambiato la vita!, dice Nadia. “Mi ha aiutata a non sentirmi vittima della mia disabilità e a reagire.”. “Questo sport mi ha aiutata a dirmi “posso fare sempre meglio, sono ancora la Nadia di prima. Questa regola di vita mi ha reso non solo forte, ma libera. So che posso fare qualunque cosa”.
Ti piace vincere?, le chiedo alla fine: “Io adoro vincere, ma un atleta vero quando perde, sa solo che deve allenarsi di più”.

Atleta, conduttrice televisiva, lavoratrice, da poco è anche mamma Nadia Bala non ha tempo per fermarsi neanche un secondo. Ma quando nomini Francesco, beh il mondo (il suo) si ferma: “Ho desiderato tanto Francesco, è un dono grande. Allevarlo è un dono grande. Quando le persone si chiedono perché una donna con disabilità, che usa la carrozzina desideri diventare madre, io non so cosa rispondere… ho avuto la fortuna di conoscere altre ragazze in carrozzina o con altri tipi di disabilità che hanno cercato e ottenuto la maternità prima di me. Io mi sono organizzata così da poter gestire la mia maternità. Sono riuscita a trovare persino un passeggino che posso spingere con la mia di carrozzina.

Sapere che altre donne sono riuscite ad affrontare la maternità come un dono ti dà la forza di credere che, se ce l’hanno fatta loro, ce la potrai fare anche tu. A quelle donne che vorrebbero una gravidanza, ma che pensano di non essere in grado di portarla avanti per via della loro disabilità, vorrei consigliare di vedere come hanno fatto le altre e di ispirarsi alle tante donne che non hanno visto un limite nel fatto di essere disabili. La disabilità è una sfida da vincere”.

Vi riassumo i tre giorni di Allinparty con un pensiero: avere paura di non poter fare qualcosa che per noi è impossibile (perché magari ci sembra difficile e complicato), anche se ci dà gioia, è cosa che non deve accadere. Essere campioni e campionesse a 360 gradi vuol dire questo: non significa vincere ma soprattutto insegnare agli altri a essere migliori. E a ridere di più.

Allinparty la kermesse sportiva e inclusiva che gode del Comitato Italiano Paralimpico. Ne sono organizzatori Mediterranea Eventi, AISM Associazione Italiana Sclerosi Multipla, Associazione BIOS.