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Libri: La signora del martedì

Libri: La signora del martedì

Bonamente Fanzago è un attore porno ormai al tramonto. Ha solo 41 anni ma ha appena avuto un ictus. Vive alla pensione Lisbona e da nove anni è praticamente l’unico cliente.

Il proprietario è Alfredo Guastini, un vecchio omosessuale che veste con eleganza gonne, parrucche bionde, cappellini e velette. Il martedì, dalle 15 alle 16, da un po’ di tempo fa il suo ingresso alla pensione una donna misteriosa. Passa un’ora nella stanza numero 3, quella di Bonamente Fanzago. Lascia i soldi e se ne va. Nessuno sa chi sia. Non lo sa Bonamente, che fa la cosa che uno gigolò non dovrebbe fare: se ne innamora. Non lo sa Alfredo, che la detesta, sentimento peraltro corrisposto. Guastini si è affezionato al suo ospite. Lo considera quasi un figlio: lo accudisce, gli prepara le medicine e lo obbliga a seguire una dieta ferrea. Soprattutto vorrebbe che lasciasse il mondo del porno, i cui aiuti chimici potrebbero costargli la vita. Per questo chiede conforto anche alla dama del martedì, ottenendo però solo uno sgarbato rifiuto.

Un giorno decide di seguirla. Scopre che si chiama Alfonsina Malacrida e che vive con un famoso avvocato, molto più anziano di lei. L’amante? No, troppo banale. Alfredo non può saperlo e decide di raggiungere il suo obiettivo per interposta persona, raccontando all’uomo dei martedì di Alfonsina. In cambio riceve solo maleparole e offese. Non gli resta quindi che riprendere l’auto e tornare alla pensione. Il caso vuole, e la casualità giocherà un ruolo determinante in questo giallo, che l’avvocato attraversi la strada proprio in quell’istante. E Alfredo Guastini invece di frenare, acceleri. Nessun testimone oculare. Nessuna telecamera nelle vicinanze. Per la polizia un omicidio colposo. Senonchè. Senonchè Alfonsina Malacrida è un ex prostituta, passata dal carcere, da innocente, per l’omicidio dell’uomo che l’aveva comprata dal padre. Ma se una giuria ti dichiara colpevole una volta, colpevole lo rimani per sempre.

E se un giornalista senza scrupoli come Pietro Maria Belli, abituato a stare dalla parte dell’accusa e a non porsi mai un dubbio, fiuta il torbido e la possibilità di costruire una storiaccia da dare in pasto al pubblico, inizia un gioco al massacro che non si sa dove può portare. Mi fermo qui con la trama per dire che questo romanzo di Massimo Carlotto rompe i confini del genere e va letto in questi termini. Vive su vari piani e racconta tante cose. Racconta, con un velo di malinconia e senza mai entrare nel torbido, la storia di tre persone fragili, che si incontrano per caso mentre cercano di costruirsi una seconda possibilità, ma finiscono per doversi difendere da un passato che non fa sconti e non perdona. Il delitto che met­te in moto il mec­ca­ni­smo nar­ra­ti­vo è l’altro elemento di rottura: di­ver­so dal so­li­to, ba­na­le e ca­sua­le, uti­le per rac­con­ta­re gli ef­fet­ti col­la­te­ra­li sui tre pro­ta­go­ni­sti coin­vol­ti. La cen­tra­li­tà del­la re­la­zio­ne tra tra­ma e de­lit­to viene rovesciata, pri­vi­le­gian­do pun­ti di vi­sta che il ge­ne­re ta­lo­ra sa­cri­fi­ca­ sull’al­ta­re del­l’in­trec­cio fo­ca­liz­za­to su vit­ti­ma, car­ne­fi­ce, luo­go e in­da­gi­ni. In un’intervista al Corriere Massimo Carlotto parla di fatalità e dell’evoluzione del genere. Dice: “Non voglio passare per uno superstizioso che crede ai disegni occulti della sorte, però mi è piaciuto sottolineare l’elemento del caso, anche per una affettuosa polemica con la logica del poliziesco (…). La vita vera non è un romanzo criminale, il caso c’è e a volte sta all’origine di avvenimenti che i tanti investigatori dei gialli considerano frutto di macchinazioni. Ma le cose non vanno necessariamente così”. Ultima nota, per gli amanti di Carlotto. Nel romanzo c’è il cameo di Marco Buratti, l’Alligatore. E’ in incognito. Sarà però determinante nell’intera vicenda.