Le donne che fanno nascere il futuro: La levatrice di Bibbiana Cau

Nella Sardegna dei primi del Novecento, Mallena è una levatrice rispettata da tutti, ma raramente riconosciuta per il valore del suo lavoro. Quando la vita la mette di fronte a nuove difficoltà, decide di chiedere ciò che le spetta: dignità, rispetto e indipendenza. Con La levatrice, Bibbiana Cau racconta una storia intensa di cura, resilienza femminile, solidarietà e autodeterminazione. Un romanzo che parla alle donne di ieri e di oggi, ricordandoci che prendersi cura degli altri non dovrebbe mai significare dimenticare se stesse.
Care le mie lettrici di PinkSociety.it,
questa settimana torno da voi con un romanzo che sembra arrivare piano, quasi in punta di piedi, e poi invece vi prende per mano con una forza antica, ruvida, profondamente femminile.
Il libro che ho scelto per la nostra rubrica è La levatrice di Bibbiana Cau, pubblicato da Editrice Nord. Un romanzo italiano che ci porta nella Sardegna dei primi del Novecento, dentro un paese dove il vento, la fatica, la povertà e i silenzi sembrano avere la stessa consistenza della pietra. Eppure, proprio lì, in mezzo a un mondo aspro e spesso ingiusto, incontriamo una donna che sa fare una cosa immensa: aiutare la vita a venire al mondo.
Lei si chiama Mallena.
Mallena è una levatrice. Non una figura romantica, non una donna da cartolina, non una santa con le mani giunte e lo sguardo al cielo. Mallena è una donna concreta, abituata al sangue, al dolore, alle urla, alla paura, alla pazienza. Sa entrare nelle case quando tutti gli altri restano fuori. Sa ascoltare il corpo delle donne. Sa capire quando bisogna aspettare e quando bisogna agire. Sa stare accanto alla vita nel suo momento più fragile e più potente: la nascita.
E già questo, care mie, basterebbe.
Perché noi spesso parliamo di grandi imprese, grandi carriere, grandi amori, grandi rivoluzioni. Ma ci dimentichiamo che esiste una grandezza silenziosa, quotidiana, quasi invisibile: quella di chi si prende cura. Quella di chi c’è quando serve. Quella di chi regge il peso degli altri senza che nessuno, poi, si ricordi davvero di ringraziare.
Mallena da anni assiste le donne del paese. È diventata un punto di riferimento, una presenza necessaria, una di quelle persone che tutti cercano nel momento del bisogno. Eppure, come accade spesso alle donne che lavorano con il corpo, con la cura, con la competenza tramandata e non certificata, il suo valore viene dato per scontato.
La trama si accende proprio qui: Mallena chiede che il suo lavoro venga riconosciuto, anche economicamente. Non per vanità. Non per capriccio. Ma perché la vita, a un certo punto, presenta il conto. Suo marito Jubanne torna dalla guerra ferito, mutilato, bisognoso di cure. Lei ha bisogno di denaro, di giustizia, di rispetto. E allora fa una cosa che pare semplice, ma non lo è affatto: chiede ciò che le spetta.
Care lettrici, fermiamoci un istante su questa frase: chiede ciò che le spetta.
Quante volte, ancora oggi, alle donne viene chiesto di fare, sostenere, accudire, organizzare, ascoltare, mediare, ricordare, aggiustare, consolare… senza chiamarlo lavoro? Quante volte la cura diventa un obbligo morale, qualcosa che “viene naturale”, come se naturale significasse gratuito, inesauribile, dovuto?
Ecco perché La levatrice non è solo un romanzo ambientato nel passato. È una storia che ci guarda dritto negli occhi.
Bibbiana Cau costruisce una protagonista che non ha bisogno di alzare la voce per essere memorabile. Mallena appartiene a quella stirpe di donne che resistono perché non possono permettersi di crollare. Donne che conoscono la paura, ma non la trasformano in resa. Donne che hanno imparato a leggere i segni del corpo, della terra, del tempo. Donne che sanno cose che nessuno ha mai scritto nei libri, ma che hanno salvato vite per generazioni.
E poi arriva Angelica.
Angelica è un’ostetrica diplomata, una donna che porta con sé la modernità, lo studio, la scienza, un altro modo di intendere il parto e l’assistenza. Ma il paese non la accoglie facilmente. Viene da fuori, non parla la lingua del luogo, non appartiene a quella comunità. E allora il romanzo mette in scena un confronto bellissimo e delicato: da una parte il sapere antico, empirico, femminile, tramandato attraverso l’esperienza; dall’altra il sapere ufficiale, moderno, riconosciuto dalle istituzioni.
La cosa interessante è che Bibbiana Cau non cade nella trappola più facile. Non ci dice: una ha ragione e l’altra ha torto. Non mette la tradizione contro la scienza come in un duello da romanzo a tesi. Ci mostra invece quanto sarebbe prezioso, e necessario, che questi due mondi imparassero ad ascoltarsi.
Mallena e Angelica sono diverse, certo. Ma entrambe portano addosso una forma di solitudine. Entrambe conoscono il prezzo dell’essere donne in un mondo amministrato, giudicato e deciso dagli uomini. Entrambe, a modo loro, cercano di stare dalla parte della vita.
Ed è qui che il romanzo diventa davvero potente.
Perché La levatrice parla di maternità, sì, ma non in modo zuccheroso. Non troverete una maternità da immaginetta, tutta luce e sorrisi. Qui la nascita è carne, rischio, paura, sangue, speranza. È un evento fisico e sociale insieme. Una donna che partorisce non è mai solo un corpo: è una storia, una famiglia, una condizione economica, una reputazione, una paura, un desiderio. Mallena questo lo sa. Lo sa perché entra nelle case e vede ciò che spesso resta nascosto.
E forse è proprio questo il dono più grande delle levatrici: non solo far nascere bambini, ma custodire i segreti delle donne.
Pensateci. In un paese piccolo, in un’epoca in cui le donne hanno poca voce pubblica, chi raccoglie davvero le loro paure? Chi vede le loro ferite? Chi capisce se un matrimonio è una prigione, se una gravidanza è una gioia o una condanna, se una famiglia sta per spezzarsi, se una ragazza ha paura del proprio futuro?
La levatrice.
Mallena non assiste soltanto i parti. Assiste le vite.
E questo, care mie, rende il romanzo profondamente politico senza bisogno di proclami. Perché raccontare il lavoro delle donne è già un atto politico. Raccontare un sapere femminile ignorato, svalutato, usato e mai ricompensato è un atto politico. Raccontare una comunità che comincia lentamente a riconoscere il valore di una donna è un atto politico.
Ma non pensate a un libro freddo, teorico, pieno di messaggi messi lì con il dito alzato. No. La levatrice è prima di tutto una storia. Una storia di paese, di vento, di corpi, di mani, di orgoglio, di ferite e di solidarietà. Ha il passo dei romanzi che sanno farci entrare in un mondo e farcelo abitare. Sentiamo la Sardegna non come uno sfondo turistico, ma come una presenza viva: aspra, bellissima, severa. Una terra che non consola facilmente, ma che sa imprimersi addosso.
Bibbiana Cau, al suo esordio narrativo, conosce bene la materia di cui scrive: l’autrice ha studiato Ostetricia all’Università di Cagliari e lavora in ambito ostetrico. Questo dettaglio non è secondario, perché nel romanzo si sente una competenza vera, non decorativa. La nascita non viene usata come simbolo elegante: viene raccontata nella sua complessità, nella sua concretezza, nella sua potenza.
E tuttavia il libro non parla solo di nascere. Parla anche di rinascere.
Mallena deve imparare a guardare se stessa non più soltanto come colei che serve gli altri, ma come una donna che ha diritto a essere vista. Questo è un passaggio enorme. Perché molte donne, ancora oggi, fanno fatica a separare l’amore dal sacrificio, la generosità dall’annullamento, la cura dalla rinuncia totale a sé.
Il romanzo ci dice una cosa semplice e rivoluzionaria: anche chi cura ha bisogno di essere curata.
E quanto ci riguarda, questa frase.
Ci riguarda quando pensiamo alle madri, alle nonne, alle zie, alle figlie che diventano infermiere della famiglia senza averlo scelto. Ci riguarda quando pensiamo alle donne che tengono insieme tutto e tutti, e poi magari vengono accusate di essere stanche, nervose, esagerate. Ci riguarda quando il lavoro femminile viene chiamato “aiuto”, “vocazione”, “istinto”, purché non venga chiamato con il suo vero nome: lavoro.
Mallena, chiedendo una paga, chiede molto più del denaro. Chiede dignità. Chiede che il suo sapere venga nominato. Chiede che la comunità smetta di considerarla indispensabile solo quando serve e invisibile subito dopo.
E qui, care lettrici, io ho sentito il cuore del libro battere fortissimo.
Perché c’è un momento nella vita di molte donne in cui non basta più essere brave. Non basta più essere pazienti. Non basta più essere utili. Arriva un giorno in cui bisogna dire: “Io valgo. Quello che faccio vale. Il mio tempo vale. Le mie mani valgono. La mia stanchezza vale”.
Non è arroganza. È giustizia.
Naturalmente, La levatrice è anche un romanzo sulla solidarietà femminile. Non quella perfetta, da sorellanza patinata, dove tutte si capiscono immediatamente e si vogliono bene senza inciampi. Qui la solidarietà è più realistica: nasce tra diffidenze, incomprensioni, paure, abitudini dure a morire. Le donne non sono automaticamente alleate solo perché donne. Devono imparare a riconoscersi. Devono superare il sospetto. Devono capire che ciò che salva una può salvare tutte.
E quando questo accade, anche solo per un istante, il romanzo si illumina.
Mi piace pensare che Pink Society sia un po’ anche questo: un luogo in cui ci riconosciamo. Non perché siamo tutte uguali, ma perché sappiamo quanto sia importante trovare parole per ciò che spesso resta taciuto. I libri servono anche a questo: a farci dire “ecco, era proprio così, solo che io non riuscivo a nominarlo”.
La levatrice dà un nome a molte cose.
Dà un nome alla fatica della cura.
Dà un nome al sapere delle donne.
Dà un nome alla solitudine di chi regge il mondo degli altri.
Dà un nome alla dignità che non dovrebbe mai essere chiesta in ginocchio.
E lo fa attraverso una protagonista che resta impressa. Mallena non è perfetta, e per fortuna. Le donne perfette, in letteratura come nella vita, sono una trappola. Mallena è ruvida, orgogliosa, a volte chiusa, segnata dalla vita. Ma è vera. E le sue mani, pagina dopo pagina, diventano quasi il centro simbolico del romanzo: mani che aiutano, mani che trattengono, mani che conoscono, mani che chiedono finalmente di non essere più date per scontate.
Vi consiglio questo libro perché ha tutto ciò che amo portare nella nostra rubrica: una storia che si legge con piacere, una protagonista femminile forte senza essere costruita a tavolino, un’ambientazione italiana potente, e soprattutto una domanda che resta.
La domanda è: chi riconosce il valore delle donne che fanno nascere il futuro?
Non solo le levatrici, naturalmente. Tutte quelle che, in modi diversi, generano possibilità. Le insegnanti, le madri, le amiche, le infermiere, le educatrici, le figlie che si occupano dei genitori, le donne che ricuciono famiglie, comunità, ferite. Le donne che non sempre appaiono, ma senza le quali molto semplicemente il mondo non starebbe in piedi.
E allora sì, care mie, questa settimana leggete La levatrice.
Leggetelo per Mallena.
Leggetelo per Angelica.
Leggetelo per la Sardegna aspra e viva che attraversa le pagine.
Leggetelo per tutte le donne che hanno saputo prima che qualcuno concedesse loro il permesso di sapere.
Leggetelo per ricordarvi che la cura è amore, certo, ma non deve mai diventare cancellazione di sé.
Perché mettere al mondo la vita è un miracolo.
Ma imparare a riconoscere il valore di chi la custodisce è una responsabilità.
E noi, care lettrici, quella responsabilità non vogliamo più dimenticarla.
Un abbraccio,
al prossimo libro
la vostra Ursula

Leggo libri, vedo gente, faccio cose.
Non credo nell’oroscopo ma lo leggo tutti i giorni.




