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La donna che vede oltre: La sonnambula di Bianca Pitzorno e il coraggio di inventarsi una vita

La sonnambula di Bianca Pitzorno e il coraggio di inventarsi una vita

Con La sonnambula, Bianca Pitzorno firma un romanzo intenso e affascinante che intreccia mistero, emancipazione femminile e desiderio di libertà. Attraverso la storia di Ofelia Rossi, una donna costretta a reinventarsi nella Sardegna di fine Ottocento, il libro racconta la forza di chi sceglie di non lasciarsi definire dalle proprie ferite. Una lettura che parla anche alle donne di oggi, tra resilienza, intuizione e voglia di costruire una vita autentica.

Care le mie lettrici di PinkSociety.it,

dopo essere tornata da voi con una grande saga familiare, con il profumo della storia, delle origini e delle dinastie, questa settimana cambio strada. Ma non troppo. Perché, in fondo, anche il libro che vi propongo oggi parla di destino, di radici, di ferite e di rinascita. Solo che qui non c’è una famiglia destinata a diventare leggenda. C’è una donna sola, in un mondo che non fa sconti alle donne sole.

E già questo, permettetemi, basta a farmi drizzare le antenne.

Il romanzo della settimana è La sonnambula di Bianca Pitzorno, pubblicato da Bompiani. Un libro che mi ha incuriosita subito per una ragione molto semplice: parte da un dettaglio minuscolo, quasi dimenticato, un annuncio apparso su un giornale sardo di fine Ottocento, e da lì costruisce una storia piena di mistero, ironia, inquietudine e libertà.

La protagonista è Ofelia Rossi, una donna che si guadagna da vivere offrendo consulti, vaticini, risposte. Una “sonnambula”, appunto. Una figura sospesa tra il fascino dell’occulto e la lucidità più concreta. Perché Ofelia, diciamolo subito, non è una creatura fragile in balìa delle sue visioni. È una donna intelligente, ferita, vigile. Una che ha capito che, quando il mondo non ti concede spazio, a volte quello spazio devi inventartelo.

Ecco la parola chiave: inventarselo.

Quante donne, care lettrici, hanno dovuto farlo? Inventarsi un mestiere, una rispettabilità, un modo per restare in piedi, una voce, una stanza, una forma di salvezza. Ofelia vive in una Sardegna di fine Ottocento, in una società in cui la libertà femminile è un lusso, quasi una provocazione. Arriva a Onora in fuga da un marito violento, un uomo che vorrebbe eliminarla perché deluso dalla sua incapacità di predire il risultato delle corse dei cavalli. E già qui il romanzo ci dice molto: il problema non è che Ofelia “veda” o non veda il futuro. Il problema è che gli uomini intorno a lei pretendono che il suo dono, vero o presunto, serva a loro.

Ma Ofelia non ci sta.

O meglio: all’inizio sopravvive. E la sopravvivenza, non dimentichiamolo mai, è spesso la prima forma della ribellione. Prima di essere libere, molte donne devono semplicemente restare vive. Prima di scegliere, devono sfuggire. Prima di desiderare, devono mettere distanza tra sé e chi le vuole possedere.

Bianca Pitzorno costruisce intorno a lei un romanzo che ha qualcosa del feuilleton, qualcosa del gotico, qualcosa dell’avventura e molto, moltissimo, della fiaba adulta. Non la fiaba zuccherosa, intendiamoci. Piuttosto quella fiaba antica, un po’ scura, dove le bambine imparano presto che il bosco è pieno di pericoli, ma anche di strade segrete.

Ofelia è abitata da un’ambiguità affascinante. Vede davvero? Intuisce? Finge? Ascolta così bene da sembrare magica? La risposta, forse, è meno importante della domanda. Perché il suo vero potere non sta nel predire il futuro, ma nel leggere il presente. Ofelia ascolta le donne che vengono da lei. Le osserva. Coglie crepe, desideri, paure, bugie, speranze. E in una società in cui le donne sono spesso condannate al silenzio, lei trasforma l’ascolto in mestiere, in difesa, in potere.

Care mie, pensiamoci: quanta forza c’è nell’ascoltare davvero?

Noi viviamo in un’epoca rumorosa, dove tutti parlano, giudicano, commentano, si espongono. Ma essere ascoltate, profondamente ascoltate, resta ancora una cosa rara. Le donne che cercano Ofelia non vogliono soltanto sapere cosa accadrà. Vogliono che qualcuno prenda sul serio la loro inquietudine. Vogliono appoggiare da qualche parte il peso dei propri segreti. Vogliono che una voce dica loro: ti vedo.

E forse è questo il cuore più bello del romanzo.

La sonnambula parla di visioni, certo. Ma parla soprattutto di donne che cercano uno spazio di parola. Donne borghesi, donne imprigionate nei ruoli, donne che desiderano, temono, tramano, sperano. Donne che non sempre possono agire apertamente e allora trovano vie traverse, linguaggi nascosti, libertà segrete. La scheda del Premio Strega descrive il romanzo come la storia di una donna capace di affrontare con dignità e coraggio il proprio destino in un mondo ostile; ed è proprio questa ostilità, mai gridata ma sempre presente, a dare tensione al racconto.

Bianca Pitzorno, che molte di noi hanno conosciuto da ragazze attraverso i suoi libri per l’infanzia e l’adolescenza, porta qui tutta la sua sapienza narrativa. Ha quella capacità rara di raccontare le donne senza santificarle. E meno male. Perché le sante, in letteratura, sono spesso noiosissime. Ofelia invece è viva: astuta, contraddittoria, vulnerabile, pratica. Ha paura, ma non si lascia definire dalla paura. Usa l’immaginazione non per fuggire dalla realtà, ma per modificarla.

Questa è una chiave di lettura che mi piace moltissimo: l’immaginazione come strumento politico.

Siamo abituate a pensare alla fantasia come a qualcosa di leggero, decorativo, quasi infantile. Invece, per molte donne, immaginare è stato ed è ancora un gesto di sopravvivenza. Immaginare una vita diversa prima ancora di poterla vivere. Immaginare una via d’uscita quando tutte le porte sembrano chiuse. Immaginare se stesse non più come vittime, mogli, figlie, serve, madri, oggetti del desiderio altrui, ma come protagoniste.

Ofelia fa questo: si immagina diversa. E poi, con ostinazione, prova a diventarlo.

Il romanzo ha anche un bel rapporto con il mistero. Non pretende di spiegarci tutto, non riduce ogni enigma a una diagnosi, non spegne la suggestione. Ci lascia in quella zona intermedia in cui la razionalità e il sogno si guardano di traverso. Ed è una zona molto femminile, se ci pensiamo. Per secoli le donne intuitive sono state chiamate streghe, isteriche, visionarie, matte, sante o imbroglione. Raramente sono state chiamate intelligenti.

Ofelia, invece, è intelligente.

E la sua intelligenza non è accademica, non è autorizzata, non ha timbri né certificati. È un’intelligenza di strada, di sguardo, di nervi, di esperienza. È l’intelligenza di chi ha dovuto capire in fretta da che parte arrivava il pericolo. È l’intelligenza di chi sa che la verità, detta frontalmente, può essere punita, mentre detta travestita da sogno può diventare accettabile.

Questo è uno degli aspetti più sottili del libro: Ofelia può dire certe cose proprio perché le dice da “sonnambula”. La società tollera la donna misteriosa più di quanto tolleri la donna lucida. Accetta il prodigio, ma teme l’autonomia. Sorride davanti alla visione, ma si irrigidisce davanti al pensiero.

E allora la nostra protagonista usa la maschera. Non per sparire, ma per agire.

C’è qualcosa di profondamente moderno in tutto questo. Anche oggi, quante donne imparano a modulare la propria intelligenza per non spaventare? Quante ammorbidiscono una frase, sorridono prima di contraddire, fingono leggerezza per far passare una verità scomoda? Quante devono ancora trovare il modo giusto per essere ascoltate senza essere subito giudicate e ridimensionate?

Ecco perché La sonnambula non è soltanto un romanzo ambientato nell’Ottocento. È una storia che parla anche a noi.

Parla a chi ha ricominciato da capo.
A chi è fuggita da qualcosa o da qualcuno.
A chi si è inventata un lavoro, una casa, una reputazione.
A chi ha dovuto trasformare una ferita in competenza.
A chi ha capito che, certe volte, non basta avere ragione: bisogna trovare il modo di sopravvivere abbastanza a lungo da poterla raccontare.

Naturalmente, il libro ha anche il piacere della narrazione pura: colpi di scena, atmosfere, segreti, incontri, una protagonista che incuriosisce e un mondo che si apre pagina dopo pagina. È un romanzo che si legge con gusto, ma che lascia dietro di sé qualcosa di più profondo di una semplice trama. Lascia una domanda: quanto siamo disposte a credere alla possibilità di riscrivere la nostra vita?

Perché Ofelia non aspetta che qualcuno la salvi. Ed è questa, care lettrici, la cosa che più mi ha convinta. Certo, intorno a lei ci sono eventi, incontri, coincidenze, misteri. Ma il centro resta la sua volontà. Non una volontà eroica, muscolare, da statua in piazza. Una volontà più umana, più femminile, più quotidiana: quella di chi si alza ogni mattina e dice, magari senza proclami, “io continuo”.

E continuare, a volte, è già una rivoluzione.

Vi consiglio La sonnambula perché è un romanzo che intrattiene, ma non si accontenta di intrattenere. Perché ha una protagonista femminile piena di ombre e risorse. Perché ci ricorda che le donne hanno sempre trovato modi per parlare, anche quando veniva loro chiesto di tacere. Perché dietro ogni presunta magia, spesso, c’è una mente allenata a leggere ciò che gli altri non vogliono vedere.

Leggetelo per Ofelia, dunque.
Per la sua fuga.
Per il suo coraggio non sempre limpido, ma tenace.
Per quella sua capacità di trasformare una condizione di debolezza in una forma di presenza.

E leggetelo anche per voi.

Per tutte le volte in cui avete intuito prima di sapere.
Per tutte le volte in cui avete visto arrivare qualcosa che gli altri negavano.
Per tutte le volte in cui vi hanno detto che eravate troppo sensibili, troppo complicate, troppo fantasiose, quando invece stavate semplicemente capendo.

Forse, care mie, la vera sonnambula non è chi cammina nel sonno.
È chi attraversa il buio senza smettere di cercare una strada.

Un abbraccio,
al prossimo libro,
la vostra Ursula