Quando la collega perfetta ti fa sentire sempre sbagliata

C’è sempre quella collega che sembra arrivare prima, rispondere più velocemente, avere sempre l’idea giusta e ricevere tutti i complimenti. Ma il suo rendimento non è la misura del tuo valore. In questo articolo, la Coach Nuova Mente spiega come interrompere il confronto continuo, riconoscere le proprie competenze e trasformare l’insicurezza in un’occasione concreta di crescita professionale.
Come smettere di confrontarti con chi sembra più veloce, più brillante e sempre un passo avanti
La lettera arrivata in redazione
Cara Nuova Mente,
ti scrivo perché magari sembra brutto da dire, però io non sopporto più una mia collega.
Non è che mi abbia fatto qualcosa di grave, anzi! È pure gentile! Il problema è che è troppo brava, troppo veloce, troppo tutto. Arriva sempre prima, risponde alle mail dopo due minuti, si ricorda ogni scadenza, nelle riunioni ha sempre l’idea giusta. E naturalmente il capo la nomina sempre: “Come ha fatto Silvia”, “Silvia ha già mandato”, “Chiedete a Silvia”.
Io lavoro, non è che sto lì a perdere tempo. Però vicino a lei mi sento sempre indietro. Anche quando faccio bene una cosa, sembra che lei l’abbia fatta prima o meglio.
La cosa peggiore è che poi mi vergogno pure di provare fastidio. Perché lei non è cattiva. Non mi tratta male. Sono io che mi confronto sempre e mi sento meno capace.
A volte penso che forse non sono adatta, che magari mi hanno presa per sbaglio, che prima o poi si accorgono che non sono così brava come sembro. E allora lavoro di più, controllo tutto mille volte, mi stanco, ma non mi sento mai tranquilla.
Come faccio a smettere di vivere la bravura di un’altra come se fosse una mia sconfitta?
Samy
Cara lettrice, la sua efficienza non è la prova della tua insufficienza
Cara Samy,
parto dalla frase più importante: la bravura di un’altra donna non cancella la tua.
Capita spesso, soprattutto in ambienti di lavoro competitivi, di trasformare una collega efficiente in uno specchio spietato. Lei arriva prima, tu ti senti in ritardo. Lei risponde subito, tu ti senti lenta. Lei viene lodata, tu senti che il tuo valore si assottiglia.
Ma attenzione: il problema non è la collega “perfetta”. Il problema è il significato che tu stai dando alla sua performance.
Dentro di te sembra essersi acceso un pensiero automatico:
“Se lei è così brava, allora io non lo sono abbastanza.”
Ma questa frase è falsa. È comprensibile, certo. Però è falsa.
Il lavoro non è una gara a eliminazione, dove il talento di una persona toglie ossigeno alle altre. In un team possono esistere competenze diverse, ritmi diversi, punti di forza diversi.
Il confronto continuo consuma energia
Il confronto può essere utile quando ci ispira. Diventa tossico quando ci schiaccia.
Tu non stai più osservando la tua collega per imparare qualcosa. La stai usando, senza volerlo, come metro per misurare ogni tuo passo.
E così succede questo:
- se lei arriva prima, tu ti senti in colpa;
- se lei risponde subito, tu ti senti lenta;
- se lei viene citata dal capo, tu ti senti invisibile;
- se lei sbaglia poco, tu temi di sbagliare sempre;
- se lei è apprezzata, tu pensi di valere meno.
Questa non è motivazione. È logoramento.
E infatti scrivi una cosa molto importante: lavori di più, controlli tutto mille volte, ti stanchi, ma non ti senti mai tranquilla.
Questo è il segnale che non stai più cercando di fare bene. Stai cercando di non essere scoperta.
Quando entra in scena la sindrome dell’impostora
Quella frase che scrivi — “prima o poi si accorgono che non sono così brava” — è molto significativa. È una frase tipica della sindrome dell’impostora.
Non significa che tu sia davvero un’impostora. Significa che fai fatica a interiorizzare i tuoi risultati. Anche quando lavori bene, una parte di te pensa:
“Sì, ma è stato un caso.”
“Sì, ma potevo fare meglio.”
“Sì, ma gli altri sono più preparati.”
“Sì, ma se sbaglio si capisce tutto.”
Il risultato è che vivi il lavoro come un esame continuo. Non ti concedi mai di essere semplicemente competente. Devi sempre dimostrare, recuperare, anticipare, prevenire.
E quando arriva una collega molto efficiente, quella ferita si riattiva.
Lei non crea la tua insicurezza. La illumina.
Smetti di guardare solo il suo talento visibile
Di una collega efficiente vediamo spesso solo la parte esterna: velocità, sicurezza, risposte pronte, riconoscimenti. Non vediamo il costo.
Non sappiamo se sia serena.
Non sappiamo se dorma bene.
Non sappiamo se si senta sotto pressione.
Non sappiamo se riesca a dire no.
Non sappiamo se quella velocità sia talento, ansia o abitudine.
Questo non per sminuirla. Anzi. Ma per ricordarti che nessuna persona è davvero “perfetta” come appare dal posto accanto.
Tu stai confrontando il tuo interno con il suo esterno. Ed è un confronto ingiusto in partenza.
La roadmap per uscire dal confronto
1. Torna ai fatti, non alle sensazioni
Quando pensi “sono indietro”, chiediti:
“Rispetto a cosa?”
Hai mancato una scadenza?
Hai ricevuto una critica precisa?
Hai fatto errori gravi?
Oppure ti senti indietro solo perché lei è molto veloce?
Mettere i fatti sul tavolo riduce l’ansia.
2. Fai una lista delle tue competenze reali
Non dei tuoi difetti. Non di quello che ti manca. Delle tue competenze.
Per esempio:
- scrivo bene;
- ascolto i clienti;
- mantengo buone relazioni;
- sono precisa;
- so gestire situazioni delicate;
- porto avanti i progetti;
- ho creatività;
- sono affidabile.
Non è vanità. È memoria professionale.
Chi soffre di confronto dimentica facilmente ciò che sa fare.
3. Chiedi feedback, non rassicurazioni
Invece di pensare da sola “non sono abbastanza”, chiedi un confronto professionale al tuo responsabile.
Puoi dire:
“Vorrei capire quali sono i miei punti di forza nel team e su quali aspetti posso migliorare nei prossimi mesi.”
Questa domanda è adulta. Ti aiuta a uscire dalle fantasie e a entrare nella realtà.
4. Trasforma l’invidia in informazione
L’invidia non è elegante, ma è utile se la ascolti bene.
Chiediti:
“Che cosa ammiro davvero in lei?”
La velocità?
La sicurezza?
La capacità di farsi vedere?
L’organizzazione?
La lucidità nelle riunioni?
Poi scegli una sola cosa da allenare. Non tutto. Una.
Per esempio: “Vorrei intervenire almeno una volta in riunione con un’idea preparata prima”.
Questo è crescita. Non competizione sterile.
5. Non imitare il suo ritmo se non è il tuo
Se la tua collega risponde alle mail in due minuti, non significa che devi farlo anche tu. Magari il tuo valore è nella profondità, nella cura, nella visione, nella capacità di rifinire.
Ogni professionista ha un ritmo. Il punto non è diventare la copia di chi viene lodata. Il punto è diventare più consapevole del tuo modo di portare valore.
Quando il capo cita sempre la stessa persona
Qui c’è anche un tema organizzativo. Se il tuo capo nomina sempre e solo lei, può creare involontariamente una gerarchia emotiva nel team: quella brava e gli altri a rincorrere.
Tu puoi lavorare su una maggiore visibilità senza lamentarti della collega.
Per esempio, a fine progetto puoi mandare un aggiornamento sintetico:
“Ti aggiorno su quanto ho completato questa settimana: testi consegnati, revisioni chiuse, proposta creativa inviata al cliente. Per la prossima settimana sto lavorando su…”
Questo non è vantarsi. È rendere visibile il lavoro che spesso resta silenzioso.
Molte donne aspettano che qualcuno si accorga della loro fatica. Ma nel lavoro, a volte, bisogna imparare a raccontarla bene.
Il consiglio della coach
Cara lettrice, non devi trasformare Silvia in una nemica per sentirti meglio. E non devi trasformare te stessa in Silvia per sentirti all’altezza.
Puoi riconoscere che lei è brava.
Puoi anche provare fastidio, perché sei umana.
Ma poi devi tornare a te.
La domanda non è:
“Come faccio a essere meglio di lei?”
La domanda è:
“Come faccio a riconoscere meglio il valore che porto io?”
Perché il tuo posto non deve essere costruito contro qualcuno. Deve essere costruito a partire da ciò che sai fare, da ciò che puoi migliorare e da ciò che vuoi diventare.
La collega super efficiente può restare com’è.
Tu, intanto, puoi smettere di usare la sua luce per misurare la tua ombra.
Per approfondire: 3 libri utili
- “La sindrome dell’impostore. Riconoscerla e superarla per sentirsi finalmente all’altezza” – Michaela Muthig
È il titolo più centrato per il tema della collega super efficiente, perché parla proprio della sensazione di non essere mai abbastanza brave e del timore di essere “smascherate”. https://link.amazon/B00z5zhb8 - “Fattore 1%. Piccole abitudini per grandi risultati” – Luca Mazzucchelli
Utile per chi vuole migliorare senza stravolgersi, lavorando su piccoli cambiamenti quotidiani invece che sul confronto continuo con gli altri. https://link.amazon/B04634q7P - “Comunicazione assertiva. Come farsi rispettare in ogni occasione senza prevaricare”
Un manuale pratico per imparare a chiedere feedback, rendere visibile il proprio lavoro e comunicare bisogni professionali senza sentirsi in difetto. https://link.amazon/B0eei86Gs

Coach di carriera di grande esperienza e autrice della rubrica dedicata alla crescita professionale su PinkSociety.it. Offro consigli pratici e motivanti per aiutare le donne a emergere nel mondo del lavoro, fornendo strategie efficaci per bilanciare con successo vita professionale e personale. Con un approccio empatico e moderno, comprendo le sfide del multitasking femminile e ispiro le lettrici a diventare leader sicure di sé, pronte a gestire le complessità del loro percorso di carriera.



