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Quel quadro che non mi lasciava andare

Neuroestetica: perché alcune opere d’arte ci emozionano così tanto

Perché davanti a un quadro possiamo restare immobili per venti minuti mentre un’altra persona lo guarda appena e passa oltre? La neuroestetica studia proprio il rapporto tra arte, percezione e cervello, cercando di capire cosa accade quando un’opera riesce a coinvolgerci profondamente. Partendo dal ricordo personale del nostro Direttore Monica Di Leandro davanti a The Vertigo of Eros di Roberto Matta, questo articolo racconta cosa sappiamo oggi sull’esperienza estetica e perché l’arte può entrare in relazione con emozioni, memoria, attenzione e senso di sé.

Avevo ventun anni quando, al MoMA di New York, rimasi quasi venti minuti davanti a un’opera che non apparteneva nemmeno al tipo di arte che credevo di amare. Oggi la neuroestetica prova a spiegare perché alcune immagini non si limitano a piacerci: ci portano dentro.

Avevo ventun anni e credevo di sapere abbastanza bene quale arte mi piacesse.

Venivo dal liceo classico, amavo le forme, la figura umana, quella bellezza che si lascia riconoscere anche prima di averla capita. Canova. Rodin. La scultura antica.

Avevo già provato quella soggezione quasi fisica che si sente davanti a qualcosa che abbiamo incontrato per anni sui libri e che, all’improvviso, esiste davvero a pochi centimetri da noi. La maschera di Agamennone ad Atene. Il tesoro di Tutankhamon al Cairo.

Poi, al MoMA, il Museum of Modern Art di New York, mi successe qualcosa di completamente diverso.

La visita era praticamente finita. Dovevamo andare via. Eravamo stanchi, gli occhi già pieni di tutto quello che avevamo visto.

Io però non riuscivo a muovermi.

Davanti a me c’era una tela enorme. Quasi due metri per due e mezzo. Toni scuri, verdi profondi, colori della terra, attraversati da improvvise accensioni di verde quasi acido. Forme che non riuscivo realmente ad afferrare e che, forse proprio per questo, continuavano a portarmi più dentro.

Era The Vertigo of Eros, Le Vertige d’Eros, dipinto da Roberto Matta nel 1944.

Roberto Matta, The Vertigo of Eros, 1944, Museum of Modern Art, New York.
Roberto Matta, The Vertigo of Eros, 1944, Museum of Modern Art, New York.

Copyright© 2026 Artists Rights Society (ARS), New York / ADAGP, Paris

Non rimasi lì due o tre minuti.

Credo di essere rimasta quasi venti minuti.

E questa è una cosa che ricordo ancora con una precisione sorprendente: sembrava di caderci dentro.

Non stavo semplicemente guardando un quadro. Ero perfettamente me stessa, eppure in qualche modo ero me stessa lì dentro.

Molti anni dopo ho scoperto che Matta chiamava opere come quella inscapes: paesaggi interiori, proiezioni di uno spazio psichico.

Non lo sapevo allora.

Non conoscevo Matta, non conoscevo quella parola e non avevo alcuno strumento per interpretare ciò che stavo vedendo.

Eppure quel quadro aveva trovato la strada prima che io sapessi spiegare perché.

All’epoca avrei probabilmente parlato di sindrome di Stendhal, con tutta l’enfasi dei ventun anni.

Oggi la domanda che mi interessa è un’altra.

Che cosa era successo nel mio cervello?

Quando un quadro non è più soltanto un quadro

Esiste una disciplina relativamente giovane che prova a studiare proprio esperienze come questa: la neuroestetica.

Il nome può far pensare a qualcosa di freddissimo. Elettrodi, risonanze magnetiche, aree cerebrali colorate mentre qualcuno tenta di spiegare perché Michelangelo sia Michelangelo.

Per fortuna non funziona così.

La neuroestetica non può stabilire se un’opera sia bella. Non decide se sia meglio Caravaggio o Rothko. Non trova il neurone della Gioconda.

Prova piuttosto a capire che cosa accade quando un’immagine acquista per noi un valore particolare.

E la prima cosa interessante è proprio questa: non sembra esserci un unico “centro della bellezza”.

Quando guardiamo qualcosa che ci coinvolge esteticamente entrano in gioco sistemi diversi: quelli della percezione visiva, naturalmente, ma anche aree coinvolte nella valutazione, nella ricompensa, nelle emozioni e, in determinate condizioni, perfino reti che hanno molto a che vedere con il modo in cui pensiamo a noi stessi.

Quindi forse la domanda non è soltanto: che cosa stiamo guardando?

Ma anche: chi sta guardando?

Perché io sì e tu no?

È una delle cose più strane dell’arte.

Possiamo stare davanti allo stesso quadro.

Tu magari lo guardi per trenta secondi, leggi il cartellino e passi alla sala successiva.

Io resto lì venti minuti.

Chi ha ragione?

Nessuno dei due. Oppure entrambi.

Nel 2012 alcuni ricercatori della New York University mostrarono a un gruppo di persone opere d’arte poco conosciute mentre veniva registrata la loro attività cerebrale con la risonanza magnetica funzionale.

Non chiedevano semplicemente: «È bello?».

Chiedevano quanto quell’opera li avesse coinvolti, quanto li avesse moved, toccati.

Per le immagini giudicate più intensamente coinvolgenti compariva un fenomeno particolare: aumentava l’attività anche in regioni della cosiddetta default mode network.

La default mode network è una rete cerebrale che entra in gioco, tra le altre cose, quando il pensiero si rivolge verso l’interno: il ricordo autobiografico, l’immaginazione, l’autoriflessione, la costruzione del senso di sé.

La cosa affascinante è che il quadro, ovviamente, non conteneva nulla della vita di chi lo stava guardando.

Eppure, in alcuni casi, sembrava riuscire a raggiungere proprio quei territori.

Un’opera esterna diventava, in qualche modo, personale.

Non so che cosa The Vertigo of Eros abbia incontrato nella ragazza che ero a ventun anni.

So soltanto che per quasi venti minuti il resto del museo aveva smesso di esistere.

Molto tempo dopo avrei scoperto che l’artista chiamava quelle immagini paesaggi interiori.

E che la scienza stava cominciando a osservare qualcosa di sorprendentemente vicino: quando un’opera ci coinvolge profondamente, ciò che abbiamo davanti può entrare in relazione con reti cerebrali legate anche alla nostra storia, alla memoria, al modo in cui rappresentiamo noi stessi.

Forse è questo che significa, almeno qualche volta, dire che un’opera “ci parla”.

Non perché parli.

Perché siamo noi a entrarci dentro.

E il piacere?

Anche i circuiti cerebrali della ricompensa partecipano all’esperienza estetica.

Già studi classici di neuroimaging avevano mostrato che la percezione di un dipinto giudicato bello può associarsi all’attivazione della corteccia orbitofrontale mediale, un’area coinvolta nei processi di valutazione del valore e della ricompensa. Altri lavori hanno trovato variazioni di attività anche nello striato in relazione all’intensità dell’esperienza estetica.

A questo punto sarebbe molto facile scrivere: l’arte libera dopamina e quindi ci rende felici.

Ma il cervello non è una macchina nella quale inseriamo un Caravaggio da una parte e otteniamo una dose misurabile di felicità dall’altra.

E la dopamina, peraltro, non è semplicemente “la sostanza del piacere”, come viene raccontata spesso. È implicata nella motivazione, nell’apprendimento, nella salienza, nell’anticipazione delle ricompense.

La cosa interessante non è trovare una molecola che dimostri che l’arte ci fa bene.

È scoprire che qualcosa di apparentemente inutile alla sopravvivenza immediata può assumere per il nostro cervello un valore enorme.

Un quadro.

Una musica.

Una poesia.

A volte perfino una combinazione di colori e forme che non sappiamo spiegare.

Trenta minuti al museo possono cambiare qualcosa?

Anche questa domanda è stata studiata.

In un piccolo lavoro del 2006 alcuni lavoratori della City londinese trascorsero la pausa pranzo in una galleria d’arte. Prima e dopo la visita vennero misurati sia lo stress percepito sia il cortisolo salivare.

Dopo circa trentacinque minuti, nel gruppo con dati completi, lo stress riferito era diminuito e i livelli medi di cortisolo si erano ridotti.

È suggestivo.

Ma erano venticinque persone.

Quindi no: non possiamo trasformare una visita agli Uffizi in una prescrizione medica né dire che trenta minuti davanti a Botticelli abbassano il cortisolo di chiunque.

La ricerca sull’arte e sul benessere è molto più ampia di quel piccolo studio e negli ultimi anni è cresciuta moltissimo. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha raccolto migliaia di studi sul possibile ruolo delle arti nella promozione della salute, nella prevenzione e anche in alcuni contesti terapeutici.

Le evidenze non hanno tutte la stessa solidità.

Ed è giusto che sia così.

Non abbiamo bisogno di inventare proprietà miracolose all’arte per riconoscere che ci succede qualcosa quando la incontriamo.

Arte e depressione: i numeri vanno letti bene

Un altro filone di ricerca riguarda la salute mentale.

Uno studio pubblicato sul British Journal of Psychiatry ha seguito più di duemila adulti inglesi sopra i cinquant’anni che all’inizio non presentavano depressione.

Nel corso degli anni, chi partecipava più frequentemente ad attività culturali – musei e gallerie, ma anche teatro, concerti e cinema – mostrava una minore incidenza di depressione.

I numeri erano anche piuttosto rilevanti.

Ma c’è una parola che non dobbiamo tralasciare: associazione.

Non significa che andare al museo una volta al mese protegga automaticamente dalla depressione.

Una persona che frequenta regolarmente luoghi culturali può avere relazioni sociali diverse, abitudini differenti, maggiori risorse economiche o cognitive, uno stile di vita particolare. I ricercatori cercano di correggere statisticamente molti di questi fattori, ma uno studio osservazionale non può eliminarli tutti.

Per me il dato resta affascinante anche senza trasformarlo in una promessa.

Forse proprio perché non serve arrivare a dire che l’arte cura.

Può bastare chiedersi se una vita nella quale esiste uno spazio per la bellezza, la curiosità, il teatro, la musica, un museo, abbia qualcosa di diverso da una vita nella quale quello spazio non esiste.

Non è poco.

La cosa che stiamo perdendo

C’è però un aspetto sul quale non abbiamo bisogno di una risonanza magnetica per accorgerci che qualcosa è cambiato.

L’attenzione.

Davanti a un quadro ci viene richiesta una forma di attenzione che nella vita quotidiana sta diventando quasi anomala.

Non dobbiamo rispondere.

Non dobbiamo produrre nulla.

Non dobbiamo commentare.

Non dobbiamo essere d’accordo.

Non dobbiamo cliccare.

Possiamo stare lì.

È quasi scandaloso, se ci pensiamo.

Passiamo una quantità enorme delle nostre giornate davanti a immagini progettate per impedirci di smettere di guardare, ma nello stesso tempo per convincerci a guardarle pochissimo.

Tre secondi.

Cinque.

Poi il dito sale.

Quella successiva.

E quella dopo ancora.

Tutto deve arrivare immediatamente. La battuta. Lo scandalo. L’emozione. La notizia. Il corpo perfetto. La tragedia. Il cane divertente (o tanti cani divertenti, come nel mio caso).

Un quadro invece può permettersi un’arroganza che il nostro telefono non può avere.

Può non venirci incontro.

Siamo noi che dobbiamo restare.

Magari all’inizio non succede niente.

Poi si vede un dettaglio.

Poi un altro.

Poi qualcosa cambia.

O magari non cambia affatto e ce ne andiamo.

Anche questo fa parte del gioco.

«Io di arte non ne capisco niente»

È una frase che si sente continuamente nei musei.

E mi ha sempre fatto un po’ sorridere.

Come se per essere emozionati fosse necessario possedere prima un certificato di competenza.

Certo che conoscere aiuta.

Sapere quando è stata realizzata un’opera, perché, da chi, quali simboli contiene, che cosa stava succedendo in quel periodo, che cosa quell’artista cercava di fare può modificare profondamente ciò che vediamo.

Ma non è un requisito d’ingresso.

Io non conoscevo Roberto Matta.

Non sapevo che avesse chiamato quelle opere inscapes.

Non sapevo quasi nulla del surrealismo oltre ciò che avevo studiato, brevemente perché il programma di Stori dell’Arte andava finito tutto prima della maturità.

Non sapevo che quel dipinto fosse stato concepito come una proiezione di uno spazio interiore.

Eppure ero lì dentro.

Prima è arrivata l’esperienza.

Le parole sono arrivate molti anni dopo.

Forse non è la bellezza

Ripensandoci oggi, non sono neppure sicura che la parola giusta per descrivere ciò che provai sia “bellezza”.

Quel quadro non mi sembrava bello nel senso in cui poteva sembrarmi bello un Canova.

Era inquietante.

Scuro.

Strano.

In alcuni punti quasi sgradevole.

Eppure non riuscivo a lasciarlo.

Questo forse è uno dei limiti della parola estetica quando la riduciamo al bello.

L’arte può attrarci senza rassicurarci.

Può turbarci.

Può dare piacere e inquietudine contemporaneamente.

Può sembrarci familiare senza che riusciamo a capire da dove arrivi quella familiarità.

E può farci sentire qualcosa che ancora non possiede un nome.

Poi, dopo, arriva la scienza e prova a misurare.

Un’area si attiva. Una rete comunica con un’altra. Una risposta fisiologica cambia. Si confrontano gruppi, si fanno statistiche.

È necessario. E affascinante.

Ma non credo che sapere quali circuiti cerebrali fossero attivi quel giorno al MoMA renderebbe meno misteriosi quei venti minuti.

Forse li renderebbe ancora più belli.

Perché vorrebbe dire che quella sensazione quasi assurda – ero me stessa, ma ero me stessa lì dentro – non era soltanto una figura retorica inventata anni dopo per raccontare bene una storia.

Il nostro cervello fa davvero qualcosa di particolare quando un’immagine riesce, per ragioni profondamente personali, a raggiungerci.

Non succede con tutte le opere.

Non succede a tutti con la stessa opera.

Per fortuna.

Altrimenti i musei sarebbero luoghi molto più semplici e molto meno interessanti.

Io, di quel giorno, ho dimenticato moltissimo.

Ho dimenticato l’ordine delle sale, tante opere, anche le persone che in quel momento mi passavano accanto.

Ma ricordo quel verde.

Ricordo che dovevamo andare via.

E ricordo che non riuscivo a farlo.

Forse l’arte comincia esattamente lì.

Quando smettiamo per un momento di guardare qualcosa.

E ci accorgiamo che, in qualche modo, qualcosa sta guardando noi.


Fonti e approfondimenti

Vessel EA, Starr GG, Rubin N. The brain on art: intense aesthetic experience activates the default mode network. Frontiers in Human Neuroscience, 2012. 

Vessel EA, Starr GG, Rubin N. Art reaches within: aesthetic experience, the self and the default mode network. Frontiers in Neuroscience, 2013. 

Kawabata H, Zeki S. Neural correlates of beauty. Journal of Neurophysiology, 2004. 

Clow A, Fredhoi C. Normalisation of salivary cortisol levels and self-report stress by a brief lunchtime visit to an art gallery by London City workers. Journal of Holistic Healthcare, 2006. 

Fancourt D, Tymoszuk U. Cultural engagement and incident depression in older adults: evidence from the English Longitudinal Study of Ageing. British Journal of Psychiatry, 2019; 214(4):225–229. 

Fancourt D, Finn S. What is the evidence on the role of the arts in improving health and well-being? A scoping review. WHO Regional Office for Europe, 2019.