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Monica Out | Quando l’amore non basta: la solitudine di chi cura e il coraggio di rompere il silenzio

Quando l'amore non basta: la solitudine di chi cura e il coraggio di rompere il silenzio

La tragedia di Sant’Elpidio a Mare ci ricorda quanto sia fragile l’equilibrio di chi cura un familiare con disabilità grave o malattia cronica. Il Direttore Monica Di Leandro ci invita a rompere il silenzio, a chiedere aiuto e a pretendere supporto prima che il carico assistenziale diventi insostenibile.

Ci sono notizie che ti entrano sottopelle e ti tolgono il respiro. Non come una notizia di cronaca qualunque, ma come uno strappo violento nella coscienza. La tragedia di Sant’Elpidio a Mare – due genitori di appena trent’anni, Massimiliano e Nicole, e la loro bambina di quattro anni affetta da una gravissima patologia neurodegenerativa, trovati senza vita nella loro casa – è uno di quegli abissi che non possiamo limitarci a scorrere sullo schermo del telefono con un sospiro di circostanza.

Hanno lasciato delle lettere. Non c’era odio, non c’era follia cieca: c’era la disperazione assoluta, lucida e straziante dello sfinimento. C’era il terrore di un carico assistenziale ingestibile h24, la deprivazione cronica di sonno, l’angoscia del “dopo di noi”, ma soprattutto il vuoto. Il vuoto istituzionale, relazionale, umano intorno a loro.

Oggi voglio parlarvi senza mezze misure, perché la salute non è solo una diagnosi su una cartella clinica: la salute è anche la vita quotidiana, è l’equilibrio mentale ed emotivo di chi è malato e di chi gli sta accanto.

In Italia celebriamo la famiglia a parole, ne facciamo un vessillo, ma quando dentro una casa entra una disabilità gravissima o una malattia cronica devastante, quella casa si trasforma spesso in una prigione invisibile. 

C’è un esercito silenzioso di caregiver familiari – madri, padri, figlie, compagni – a cui viene delegato tutto: l’assistenza infermieristica, la riabilitazione, la veglia notturna, la burocrazia asfissiante. Si smette di dormire, si smette di lavorare, si smette di esistere come individui. La società applaude la loro “forza sovrumana”, ma chiamare eroismo quello che in realtà è abbandono istituzionale è una delle ipocrisie più feroci del nostro tempo.

Nessuno può reggere da solo un macigno simile. Nessuno. Quando il corpo cede e la mente crolla sotto il peso dell’angoscia, l’amore non basta più a proteggere dalla disperazione.

Ecco perché dobbiamo pretendere da noi stesse e da chi ci sta intorno il coraggio di gridare. Gridare prima che sia tardi. Spesso ci si vergogna di dire: «Non ce la faccio più, sto impazzendo, non riesco ad andare avanti». Si teme il giudizio, si teme di sembrare cattivi genitori o cattivi compagni. Ma ammettere lo sfinimento non è una colpa, è un segnale di allarme vitale. È il corpo e la mente che chiedono ossigeno.

Se state affrontando un carico che vi sta schiacciando, o se conoscete qualcuno che vive prigioniero di una solitudine simile, non aspettate che il baratro si spalanchi. Esistono canali a cui aggrapparsi per rompere l’isolamento e pretendere supporto:

In caso di emergenza o crisi emotiva acuta:

 Numero Unico Europeo 112: attivo 24 ore su 24 per qualsiasi situazione di pericolo immediato o emergenza sanitaria e psichiatrica.

 Telefono Amico Italia: chiamando lo 02 2327 2327 (o via WhatsApp al 324 011 7252), per trovare uno spazio di ascolto empatico e anonimo quando la solitudine e il peso diventano intollerabili.

 Samaritans (prevenzione del suicidio e crisi): contattabile allo 06 7720 8977.

 Croce Rossa Italiana (supporto psicologico e sociale): numero verde 1520, attivo h24.

 Per i diritti, l’assistenza sociosanitaria e il “dopo di noi”:

 Sportello Sociale e PUA (Punto Unico di Accesso) della propria ASL/Comune: è il presidio fondamentale a cui bussare per richiedere l’ADI (Assistenza Domiciliare Integrata), i piani personalizzati per la disabilità gravissima e l’attivazione dei servizi di sollievo per i caregiver.

 SuperAbile INAIL: contact center integrato sulla disabilità al numero verde gratuito 800 810 810 (da rete fissa) o allo 06 4553 9607 (da cellulare), per orientamento su normative, diritti ed esenzioni.

 Reti e Associazioni di settore (come FISH o ANFFAS): realtà radicate sul territorio nazionale che offrono consulenza legale, orientamento ai servizi e sportelli dedicati al progetto di vita e al “Durante e Dopo di Noi”.

Prendersi cura di chi cura è un dovere etico e civile imprescindibile. Non lasciamo che la disperazione si consumi a porte chiuse. Rompiamo il silenzio, pretendiamo aiuto e ricordiamoci che chiedere soccorso non è mai una resa, ma il primo passo per restare vivi.