Restare umani quando arriva il buio: Ed è un poco la notte e un poco l’alba di Ilaria Tuti
Con Ed è un poco la notte e un poco l’alba, Ilaria Tuti torna a raccontare la memoria delle montagne e una pagina poco conosciuta della storia italiana: l’occupazione della Carnia durante la Seconda guerra mondiale.
Al centro della storia c’è Serafina, una donna costretta a vivere in un tempo segnato dalla paura, dalla violenza e dalla perdita. Nella recensione di Ursula Scilla, il romanzo diventa anche una riflessione molto attuale su una domanda difficile: cosa resta di noi quando tutto intorno ci spinge a indurirci?
Un libro sulla guerra, certo. Ma anche sulla compassione, sulla memoria e sul coraggio di continuare a riconoscere l’essere umano nell’altro.
Care le mie lettrici di PinkSociety.it,
questa settimana vi porto in Carnia.
Non la Carnia delle cartoline, dei boschi perfetti, delle montagne che sembrano proteggere il mondo. Vi porto in una terra di confine, in un tempo in cui la Storia entra nelle case senza chiedere permesso, sposta i mobili, spezza le famiglie, cambia il nome alla paura. Il libro che ho scelto per la nostra rubrica è Ed è un poco la notte e un poco l’alba di Ilaria Tuti, pubblicato da Longanesi. Un romanzo storico uscito il 16 giugno 2026, ambientato durante la Seconda guerra mondiale, in una pagina poco raccontata: l’arrivo dei cosacchi in Carnia, favorito dai nazisti, in un territorio già ferito dalla guerra.
E già il titolo, care mie, è una carezza e una ferita.
Ed è un poco la notte e un poco l’alba.
Non è ancora buio completo, ma non è nemmeno giorno. Non siamo più nella sicurezza di prima, ma non vediamo ancora la salvezza. È quella zona sospesa che molte donne conoscono bene: quando qualcosa è finito, ma ciò che deve nascere non ha ancora una forma. Quando si cammina senza sapere se si sta entrando nella rovina o nella rinascita.
Ilaria Tuti ci porta nella Zona libera della Carnia, dove la guerra, fino a un certo punto, sembra una tempesta lontana. Ha già strappato gli uomini dai paesi, ha già cambiato il ritmo della vita, ma non ha ancora devastato completamente l’anima delle comunità. Poi arrivano gli invasori. Arrivano lo sfollamento, la fame, la paura, la convivenza forzata. Arriva il momento in cui l’altro non è più un volto, ma una minaccia.
Al centro del romanzo c’è Serafina.
E io, care lettrici, vorrei cominciare proprio da lei.
Perché Serafina è una di quelle protagoniste che non hanno bisogno di fare proclami per restare impresse. Non è un’eroina da monumento, non è una donna disegnata per essere ammirata da lontano. È una donna immersa in un tempo feroce, costretta a misurarsi con la paura, con la perdita, con la domanda più difficile: che cosa resta di noi quando il mondo ci chiede di diventare duri?
Questa è, secondo me, la chiave più bella del romanzo: la compassione come resistenza.
Attenzione, però. Non parlo di una compassione ingenua, zuccherosa, quella che perdona tutto e capisce tutto perché non vuole guardare il male. No. Qui la compassione è qualcosa di molto più serio. È una disciplina dello sguardo. È la capacità di vedere l’essere umano anche quando la Storia ci ordina di vedere soltanto il nemico.
E non è facile.
Anzi, forse è una delle cose più difficili che esistano.
Quando hai paura, vuoi dividere il mondo in due: noi e loro, buoni e cattivi, vittime e carnefici, casa e invasione. E a volte questa divisione serve, perché il male esiste, la violenza esiste, la sopraffazione esiste. Ma Ilaria Tuti, con grande delicatezza, sembra chiederci qualcosa di più scomodo: che cosa accade quando dentro l’orrore scopriamo un volto? Quando chi ci spaventa smette per un istante di essere soltanto una categoria e diventa una persona?
Il romanzo racconta l’incontro tra due popoli che, sulla carta, avrebbero dovuto soltanto sottomettere e soccombere, e che invece finiscono per conoscersi, riconoscendo l’uno nell’altro un riflesso dell’umano.
Ecco, care mie, questa parola – umano – oggi pesa moltissimo.
Perché viviamo in un tempo in cui è facile disumanizzare. Basta una parola, una bandiera, una provenienza, una scelta politica, una fragilità, una differenza. Basta poco per trasformare qualcuno in “altro”. E quando l’altro diventa una sagoma, una minaccia, un problema, allora tutto diventa più semplice. Anche ferirlo. Anche ignorarlo.
La letteratura, quando è buona, fa il contrario.
Complica.
Ci costringe a guardare meglio. Ci impedisce di stare comode dentro le frasi già pronte. Ci fa entrare in una casa occupata, in una cucina dove forse dorme un animale, in un paese che ha perso la sua normalità, in una donna che deve decidere se chiudere il cuore o lasciarlo ancora, pericolosamente, aperto.
Serafina vive in un mondo che cambia volto. La sua terra, prima familiare, diventa improvvisamente straniera. Le case non sono più solo case. I paesi non sono più solo paesi. Le montagne non proteggono più abbastanza. E quando lo spazio intorno a noi si trasforma, anche noi siamo costretti a trasformarci.
Quante volte, care lettrici, la vita ci ha chiesto questo?
Non parlo solo della guerra, naturalmente. Parlo dei momenti in cui ciò che conoscevamo smette di essere affidabile. Una famiglia che si rompe. Una malattia. Una perdita. Un amore che cambia forma. Una casa che non consola più. Una certezza che cade. All’improvviso ci ritroviamo in una terra che è la nostra, ma non la riconosciamo più.
Ed è un poco la notte e un poco l’alba.
Questa frase diventa allora anche una condizione dell’anima.
Serafina attraversa un tempo di mezzo. Non può tornare indietro, ma non sa ancora come andare avanti. E proprio lì, in quella soglia, si misura il suo coraggio. Non il coraggio spettacolare, quello che fa rumore. Il coraggio più difficile: continuare a sentire.
Perché la guerra non distrugge soltanto le case. Distrugge il linguaggio. Ci abitua alla paura, alla diffidenza, alla sopravvivenza. Ci insegna a non fidarci, a non guardare troppo, a non provare pietà perché la pietà potrebbe renderci vulnerabili.
E invece Serafina resta porosa.
Non invincibile. Non santa. Porosa.
Lascia che il dolore del mondo la raggiunga. E questo, in un tempo feroce, è un gesto quasi scandaloso.
Ilaria Tuti è molto brava a raccontare le donne dentro la Storia. Lo aveva già fatto con altre figure femminili legate alla memoria delle montagne e dei conflitti, e qui torna a un territorio narrativo che le appartiene profondamente: la guerra vista non solo come evento militare, ma come ferita quotidiana.
Perché la guerra, per le donne, spesso è stata questo: quotidianità devastata.
Non solo battaglie, strategie, confini, eserciti. Ma pane che manca. Letti occupati. Figli da proteggere. Animali da salvare. Case da lasciare. Corpi esposti. Silenzi da ingoiare. Paura da non mostrare troppo, perché qualcuno deve pur continuare ad accendere il fuoco.
E allora il romanzo ci ricorda una cosa fondamentale: la Storia non passa sopra le donne. Le attraversa.
Entra nelle loro mani. Nei loro grembiuli. Nei loro passi. Nel modo in cui guardano la porta. Nel modo in cui ascoltano una lingua straniera. Nel modo in cui capiscono se un uomo è pericoloso o solo disperato. Nel modo in cui decidono, ogni giorno, quanta umanità possono ancora permettersi.
Questa domanda mi ha colpita molto: quanta umanità possiamo permetterci quando siamo in pericolo?
Sembra una domanda crudele, ma è reale.
Perché essere buone, quando tutto va bene, è facile. Essere generose quando abbiamo abbondanza è quasi piacevole. Ma restare capaci di compassione quando siamo spaventate, quando ci hanno tolto sicurezza, quando il futuro sembra chiuso, quello è un altro discorso.
Serafina non vive in un romanzo consolatorio. La Carnia raccontata da Tuti è attraversata dalla violenza, dall’occupazione, dallo spaesamento. Eppure nel buio si aprono spiragli. Non grandi luci teatrali. Piccole luci. Un gesto. Uno sguardo. Una forma di riconoscimento. Una mano che non colpisce. Una parola che non umilia. Una presenza che, contro ogni aspettativa, non distrugge.
E allora il titolo torna, ancora.
Un poco la notte.
Un poco l’alba.
Non siamo salvi.
Ma non siamo nemmeno del tutto perduti.
Care lettrici, io credo che questo romanzo possa parlarci moltissimo proprio oggi, anche se racconta il passato.
Perché il passato non è mai soltanto passato quando ci insegna qualcosa sul presente. E una delle cose che questo libro sembra dirci è che l’umanità non è un sentimento spontaneo da dare per scontato. È una scelta. A volte una scelta faticosa. A volte una scelta rischiosa. A volte una scelta solitaria.
Riconoscere l’altro non significa giustificare il male.
Provare compassione non significa dimenticare la violenza.
Cercare l’umano non significa essere ingenue.
Significa, semmai, impedire al male di trasformarci completamente a sua immagine.
Questa è una distinzione preziosa.
Perché quando subiamo un’ingiustizia, la tentazione è diventare pietra. Chiudere tutto. Dire: mai più. Nessuno entrerà. Nessuno mi toccherà. Nessuno mi farà sentire. E a volte questa pietra ci salva, per un po’. Ma se resta troppo a lungo, non ci protegge più: ci imprigiona.
Serafina, invece, sembra abitare quel confine delicatissimo tra difesa e apertura.
Non si consegna alla brutalità del mondo, ma non si lascia neppure spegnere del tutto. Ed è qui che diventa una protagonista bellissima per Pink Society: perché ci parla di una forza femminile non muscolare, non gridata, non costruita secondo modelli maschili di eroismo.
La sua forza è custodire un cuore vivo.
E non c’è niente di sentimentale in questo. È una forza durissima.
Ci vuole forza per non cedere all’odio totale.
Ci vuole forza per non ridurre le persone a ciò che rappresentano.
Ci vuole forza per continuare a vedere sfumature quando tutto intorno pretende bianco e nero.
Ci vuole forza per attraversare la notte senza convincersi che la notte sia l’unica verità.
Ilaria Tuti scrive un romanzo che unisce memoria collettiva e destino individuale, riportando alla luce un episodio storico poco ricordato. E questa operazione è importante: perché la memoria non serve solo a sapere “che cosa è successo”. Serve a chiederci che cosa avremmo fatto noi. Serve a togliere polvere alle vite che non sono entrate nei grandi racconti. Serve a restituire voce a chi ha abitato la Storia da una cucina, da un sentiero, da un paese svuotato, da una casa occupata.
La Storia ufficiale spesso ama i nomi grandi.
La letteratura, quando sa essere giusta, si china sui nomi piccoli.
Su Serafina.
Su un vecchio che avverte.
Su chi fugge.
Su chi resta.
Su chi ha paura.
Su chi, nonostante tutto, riconosce nell’altro un frammento di sé.
Ed è proprio questo riconoscimento che mi sembra il cuore del libro.
Noi siamo abituate a pensare che riconoscere significhi capire subito. Ma non è così. A volte riconoscere è molto più incerto. È accorgersi che l’altro, pur restando altro, non è soltanto il ruolo che gli è stato assegnato. È vedere una crepa nell’immagine del nemico. È scoprire che anche chi arriva da lontano porta una fame, una memoria, una perdita, una madre, una lingua, un corpo stanco.
Questo non cancella la violenza della Storia. La rende, semmai, ancora più tragica.
Perché la tragedia più grande è proprio questa: gli esseri umani vengono spesso spinti a distruggersi prima ancora di essersi davvero visti.
Il romanzo di Tuti prova a fare il contrario: ci chiede di vedere.
E vedere, care mie, è sempre una responsabilità.
Una volta che vediamo davvero, non possiamo più accontentarci delle frasi facili. Non possiamo più dire “erano tutti così”, “era inevitabile”, “era la guerra”, “era il tempo”. Certo, il tempo conta. La guerra conta. La paura conta. Ma dentro ogni tempo ci sono sempre persone. E dentro le persone ci sono scelte, anche minime, anche imperfette.
Una scelta può essere non tradire.
Non umiliare.
Non voltarsi.
Non perdere completamente pietà.
Non permettere alla notte di diventare l’unico orizzonte.
E questo, per me, è molto potente.
Perché siamo cresciute con l’idea che l’eroismo sia qualcosa di grandioso. Ma forse esiste anche un eroismo domestico, silenzioso, minuto. L’eroismo di chi resta umano. Di chi continua ad accudire. Di chi protegge un animale, una vecchia, un bambino, una memoria. Di chi non può fermare la Storia, ma può decidere che cosa non far morire dentro di sé.
Serafina appartiene a questa famiglia di personaggi.
E io credo che le nostre lettrici possano amarla proprio per questo.
Non perché sia perfetta.
Non perché sia senza paura.
Non perché abbia sempre risposte.
Ma perché attraversa il buio cercando ancora una forma di alba.
Il romanzo ha anche un altro pregio: porta alla luce un pezzo di storia poco frequentato dalla narrativa popolare. La Carnia, i cosacchi, l’occupazione, lo sfollamento: non sono scenari consumati, non sono luoghi narrativi abusati. Sono memoria italiana da riaprire, da interrogare, da raccontare. E farlo attraverso una protagonista femminile significa spostare il centro dello sguardo.
Non la guerra come mappa.
La guerra come casa violata.
Non la guerra come eserciti.
La guerra come pane, sonno, paura, animali, corpi, silenzi.
Non la guerra come retorica.
La guerra come domanda morale.
E questa domanda resta.
Che cosa facciamo quando arriva la notte?
Ci induriamo?
Ci nascondiamo?
Scappiamo?
Proteggiamo solo i nostri?
Oppure, pur tremando, cerchiamo ancora un modo per non perdere il contatto con l’umano?
Non esiste una risposta semplice. E meno male. I romanzi che danno risposte semplici alle domande difficili mi insospettiscono sempre. Ilaria Tuti, invece, sembra scegliere la complessità. Ci offre una storia toccante, sì, ma non facile. Una storia di dolore e speranza, di scontro e incontro, di esodo e riconoscimento.
E la speranza, qui, non è una parola decorativa.
La speranza non è dire “andrà tutto bene”.
La speranza è dire: anche se non andrà tutto bene, io non consegnerò tutto di me al buio.
Questa è una speranza adulta. Una speranza che non nega la tragedia. Una speranza che sa benissimo quanto la vita possa essere feroce, ma continua a cercare un varco.
Care lettrici, forse abbiamo bisogno proprio di libri così.
Libri che non ci distraggano soltanto, ma ci rimettano in contatto con qualcosa di essenziale. Libri che ci ricordino che la memoria non è un museo, ma una responsabilità. Libri che ci mostrino donne capaci di attraversare tempi ingiusti senza diventare soltanto vittime o simboli.
Serafina non è un simbolo. È una presenza.
E le presenze restano.
Restano nella mente mentre chiudiamo il libro. Restano quando pensiamo alle nostre nonne, alle donne che hanno vissuto guerre, fame, sfollamenti, lutti, paure mai raccontate. Restano quando ci chiediamo quante storie femminili siano rimaste ai margini solo perché non somigliavano abbastanza alla Storia dei manuali.
Vi consiglio Ed è un poco la notte e un poco l’alba perché è un romanzo di memoria e di cuore. Perché racconta un episodio storico poco noto senza trasformarlo in lezione scolastica. Perché mette al centro una donna e la sua capacità di restare viva dentro un tempo che vorrebbe spegnere tutto. Perché parla della compassione non come debolezza, ma come gesto estremo di resistenza.
Leggetelo per Serafina.
Leggetelo per la Carnia.
Leggetelo per quelle case che la Storia ha attraversato lasciando impronte sui pavimenti.
Leggetelo per ricordare che anche nei tempi più feroci esistono esseri umani capaci di riconoscersi.
E leggetelo pensando a voi.
Alle vostre notti.
Alle vostre albe non ancora arrivate.
Ai momenti in cui avete temuto che il buio dicesse tutta la verità.
Alle volte in cui, invece, avete trovato una luce piccola, ostinata, sufficiente per fare un altro passo.
Perché forse la vita è proprio questo, care mie: non sempre giorno, non sempre notte. A volte una soglia. A volte una fessura. A volte un’alba che non osa ancora chiamarsi alba.
Ma se impariamo a riconoscerla, anche nel buio, allora qualcosa di noi è già salvo.
Un abbraccio,
al prossimo libro,
la vostra Ursula
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Leggo libri, vedo gente, faccio cose.
Non credo nell’oroscopo ma lo leggo tutti i giorni.





