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Ho riaperto WhatsApp: 39 messaggi non letti e una finta vacanza

messaggi WhatsApp non letti

Hai mai aperto WhatsApp dopo qualche ora e trovato una quantità di messaggi che sembrava già un elenco di cose da fare? Monica Di Leandro è partita da 39 messaggi non letti per interrogarsi su una cosa che conosciamo bene: quando abbiamo cominciato a considerare una risposta immediata un dovere?
Tra lavoro, clienti, gruppi e messaggi vocali, WhatsApp ha finito per entrare anche negli spazi che dovrebbero essere nostri. E così essere raggiungibili può facilmente trasformarsi nella sensazione di dover essere sempre disponibili. Il nostro Direttore oggi ci racconta cosa significa provare a mettere un confine senza diventare irreperibili e perché quei 39 messaggi non sono necessariamente 39 colpe.

A cavallo di Ferragosto ho guardato poco il cellulare. Volutamente. Non ero partita, ma volevo creare almeno quell’atmosfera da finta vacanza che la staycation richiedeva. Quando ho riaperto WhatsApp, c’erano 39 messaggi non letti. Il problema non era soltanto trovare il tempo per rispondere a tutti. Era capire quando avevamo cominciato a considerare una risposta immediata un dovere.

A cavallo di Ferragosto ho guardato poco il cellulare.

Volutamente.

Non ero partita. Quest’anno non ho fatto vere ferie e sono riuscita a ritagliarmi soltanto qualche giorno di staycation, una vacanza restando a casa. Ma proprio perché ero rimasta qui avevo bisogno di creare almeno un po’ di quell’atmosfera da finta vacanza che una staycation richiede: rallentare, sottrarmi al ritmo consueto, non controllare continuamente che cosa stesse accadendo sullo schermo.

Non ho spento il telefono del tutto. Ho cercato comunque di intercettare le questioni più urgenti, ma per qualche giorno non l’ho guardato con la frequenza abituale.

Quando ho riaperto WhatsApp, c’erano 39 messaggi non letti.

Trentanove.

Dietro quel numero non ci sono trentanove persone che voglio ignorare. Ci sono richieste di lavoro, gruppi, conversazioni collettive, domande alle quali non basta rispondere con un sì o con un no. Ci sono anche messaggi vocali lunghi, che sembrano pratici per chi li invia ma che, per chi li riceve, richiedono tempo, attenzione e spesso carta e penna.

Ci sono soprattutto tante piccole cose che qualcuno ha affidato a me e che ora mi aspettano dentro uno schermo.

I miei clienti, invece, sono andati in ferie a ondate.

Chi è partito a giugno ha lavorato intensamente a luglio e ad agosto. Chi è andato via a luglio sta rientrando adesso con nuove richieste. Chi parte in agosto ha concentrato tutto nei giorni precedenti, perché prima delle vacanze ogni cosa sembra improvvisamente indifferibile. Chi partirà a settembre è stanco, ha lavorato mentre gli altri erano assenti e comincia comprensibilmente a perdere la pazienza.

Io sono rimasta qui, nel punto in cui tutte queste onde si incontrano.

E il mare, in questo momento, è WhatsApp.

L’estate degli altri arriva sul mio telefono

Ogni lavoro ha i suoi periodi più intensi. Questo lo so e non mi sorprende. Se ci sono problemi urgenti, bisogna affrontarli. Se una persona sta per partire, è naturale che voglia chiudere alcune questioni; se sta tornando, è altrettanto naturale che desideri rimettere in moto ciò che aveva lasciato in sospeso.

Il problema nasce quando tutte queste esigenze, perfettamente comprensibili prese una alla volta, arrivano nello stesso posto e con la stessa apparenza di urgenza.

Un messaggio di WhatsApp non porta scritto quanto tempo servirà per occuparsene. Può contenere una domanda da trenta secondi oppure una questione da studiare per un’ora. Può essere un semplice aggiornamento o l’inizio di una serie di decisioni. Eppure sullo schermo sono tutti uguali: un nome, un’anteprima e un piccolo segnale che ci ricorda che qualcuno è in attesa.

Così la chat smette di essere soltanto uno strumento di comunicazione e diventa una lista di cose da fare scritta dagli altri.

Una lista che non abbiamo compilato noi, che continua ad allungarsi mentre stiamo lavorando e che portiamo in tasca anche quando proviamo a riposare.

Le email, almeno nella nostra immaginazione, appartengono ancora a uno spazio professionale. Possiamo aprirle quando ci sediamo alla scrivania. WhatsApp, invece, vive nello stesso luogo in cui ci scrivono le persone care, riceviamo una fotografia, organizziamo una cena e diciamo a qualcuno che siamo arrivate a casa.

Il lavoro entra così nella vita privata senza bussare. Non sempre perché qualcuno pretenda esplicitamente una risposta immediata, ma perché il mezzo stesso suggerisce vicinanza, presenza, disponibilità.

Il messaggio è arrivato. Probabilmente lo abbiamo visto. Perché, allora, non rispondiamo?

Perché lascio alcuni messaggi non letti

Quando non posso occuparmi davvero di una richiesta, spesso lascio il messaggio non letto.

Non è disinteresse. È un modo imperfetto per non perderlo. Finché resta evidenziato, mi ricorda che devo tornarci. Se lo apro mentre sto facendo altro, rischio di pensare: «Rispondo dopo». Poi arriva una telefonata, si apre un’altra chat, compare un nuovo problema e quel messaggio scivola verso il basso.

Qualche volta rimane lì finché la persona non mi ricontatta.

Ed è allora che arrivano il senso di colpa, l’ansia e la pressione. Perché so che dall’altra parte non c’è un numero: c’è qualcuno che aspetta. Magari non aveva fretta, magari sì. Magari ha interpretato il mio silenzio come distrazione, trascuratezza o scarsa considerazione.

Il paradosso è che spesso rimandiamo proprio i messaggi che richiederebbero maggiore cura. Rispondiamo subito alle domande semplici e lasciamo indietro quelle alle quali vorremmo dedicare attenzione. Ma chi aspetta non vede la nostra intenzione. Vede soltanto che non abbiamo risposto.

Così ogni messaggio non letto finisce per assomigliare a un piccolo debito.

E 39 messaggi possono sembrare 39 mancanze.

La pressione di essere sempre raggiungibili

Gli studiosi la chiamano telepressione lavorativa: l’impulso a rispondere rapidamente alle comunicazioni professionali e la preoccupazione che nasce quando non lo facciamo.

Non dipende soltanto dal numero delle notifiche. Dipende dalle aspettative, esplicite o implicite, che si sono create intorno alla nostra disponibilità. Se per mesi rispondiamo a qualsiasi ora, quella generosità può trasformarsi silenziosamente nello standard con il quale veniamo misurate. Non occorre che qualcuno ci dica «devi essere sempre reperibile». A volte siamo noi a temere che una risposta tardiva possa farci sembrare poco affidabili.

La ricerca mostra che le interruzioni causate dalle notifiche non sono neutre. In un esperimento sul campo condotto su 247 persone, disattivare per un giorno le notifiche automatiche ha ridotto le interruzioni e, attraverso questa riduzione, ha prodotto benefici sulla prestazione e sul livello di tensione percepita. Altri studi sul lavoro tramite smartphone hanno collegato l’uso professionale del telefono fuori orario a una minore capacità di staccare mentalmente e a una maggiore stanchezza lavorativa.

Non significa che WhatsApp sia il nemico o che ogni messaggio ci faccia male. Questi strumenti ci permettono di lavorare, risolvere problemi velocemente e mantenere relazioni che altrimenti sarebbero molto più complicate. Il punto è che la comodità per chi invia può diventare un’interruzione per chi riceve.

E un’interruzione non dura soltanto il tempo necessario a leggere tre righe. Dobbiamo capire che cosa ci viene chiesto, decidere se possiamo occuparcene, ricordarci dove eravamo rimaste e ritrovare la concentrazione.

Trentanove messaggi non sono quindi soltanto trentanove letture. Sono trentanove possibili cambi di direzione.

Il messaggio vocale non dura soltanto tre minuti

Poi ci sono i vocali. Ah, I vocali.

Un messaggio di testo si può scorrere velocemente, rileggere, cercare e recuperare. Un vocale di quattro o cinque minuti pretende un tempo continuo. Non possiamo ascoltarlo durante una riunione, in un luogo pubblico o mentre stiamo affrontando un’altra questione. Se contiene molte richieste, dobbiamo magari riascoltarlo per ricostruire i passaggi.

Per chi parla, il vocale può essere il modo più rapido per liberarsi di un pensiero complesso. Per chi ascolta, quel pensiero diventa un appuntamento.

Non lo dico per condannare i messaggi vocali. Li usiamo tutti -io per prima!- e in molte situazioni sono preziosi: restituiscono il tono, l’emozione e quella vicinanza che un testo non possiede. Ma un vocale di lavoro molto lungo non è «solo un messaggio». È una piccola riunione alla quale l’altra persona non ha potuto scegliere quando partecipare.

Quando ne vedo molti in attesa, non penso soltanto «devo ascoltarli». Penso che dovrò fermarmi, prendere nota, distinguere le informazioni dalle richieste e poi rispondere. Quel triangolino sullo schermo contiene già un pezzo della mia giornata.

Ho silenziato le notifiche, ma non il senso di responsabilità

Ho provato a difendermi. Silenzio i gruppi e molte notifiche. Cerco di separare le conversazioni professionali da quelle private. Sono accorgimenti utili, ma non posso dire di esserci riuscita davvero.

Silenziando una chat eliminiamo il suono, non ciò che ci aspetta al suo interno.

Anzi, qualche volta il silenzio produce un effetto strano. Non veniamo più interrotte continuamente, ma quando apriamo l’app troviamo una quantità di messaggi che nel frattempo è cresciuta. Il telefono non ha suonato; la nostra mente, però, sa che prima o poi dovremo guardare.

Proteggere il proprio tempo non consiste soltanto nel trovare l’impostazione giusta. Richiede una trasformazione più difficile: accettare che essere raggiungibili non significhi dover essere immediatamente disponibili.

Sono due cose diverse, anche se la tecnologia le ha quasi sovrapposte.

Una persona può scrivermi quando per lei è comodo. Questo non significa necessariamente che io debba risponderle nello stesso momento. La comunicazione asincrona dovrebbe funzionare proprio così: ciascuno invia quando può e l’altro risponde quando dispone del tempo e delle informazioni necessarie. Ripetiamo insieme: ciascuno invia quando può e l’altro risponde quando dispone del tempo necessario.

Eppure abbiamo trasformato uno strumento asincrono in una conversazione che sembra sempre in diretta.

Il diritto alla disconnessione comincia da una cultura diversa

Non è un caso che in Europa si discuta da anni di diritto alla disconnessione, cioè della possibilità di non partecipare alle comunicazioni elettroniche di lavoro fuori dall’orario senza subire conseguenze negative.

In Italia il Protocollo nazionale sul lavoro agile nel settore privato prevede una fascia di disconnessione e invita ad adottare misure tecniche o organizzative che la rendano effettiva. A livello europeo, però, non esiste ancora una disciplina unica applicabile nello stesso modo a tutti: nell’agosto 2026 il percorso verso una normativa comune è ancora in evoluzione.

Le regole sono importanti, ma da sole non bastano. Un’indagine di Eurofound condotta in aziende di Belgio, Francia, Italia e Spagna ha rilevato che la presenza di una politica di disconnessione non impedisce necessariamente i contatti fuori orario. È però associata a un migliore equilibrio tra lavoro e vita privata, a migliori condizioni di benessere e a una minore quota di ore aggiuntive causate dai contatti di responsabili, colleghi o clienti. E questo si complica ulteriormente in una situazione di freelancing.

La differenza non la fa soltanto un divieto. La fa la cultura nella quale un messaggio viene inviato e ricevuto.

Possiamo scrivere «non è urgente» quando davvero non lo è. Possiamo concordare che le emergenze passino attraverso una telefonata, invece di nascondersi tra decine di messaggi. Possiamo raccogliere più questioni in un’unica comunicazione ordinata, evitare di affidare richieste importanti a gruppi troppo affollati e usare i vocali lunghi quando sappiamo che l’altra persona ha modo di ascoltarli.

Possiamo soprattutto smettere di considerare il tempo di risposta come la misura della cura, dell’amicizia o della professionalità.

Una risposta meditata domani può essere molto più utile di una risposta frettolosa oggi. E questo, a mio parere, vale sia negli affari di cuore che negli affari.

Non voglio diventare irreperibile

Non desidero spegnere il telefono e scomparire. Il mio lavoro vive anche di relazioni, tempestività, problemi risolti e persone che sanno di potersi rivolgere a me. Non voglio perdere questa parte di me e non penso che la soluzione sia costruire un muro.

Vorrei, però, una porta.

Una porta che possa aprire quando sono davvero presente e chiudere quando ho bisogno di concentrarmi, riposare o semplicemente vivere una parte della giornata senza sentire di stare trascurando qualcuno.

Separare il lavoro dalla vita privata è facile da dire e molto meno facile da fare quando entrambi abitano nello stesso dispositivo. Lo è ancora meno per chi dirige un’attività, anzi un gruppo d iattività, lavora con molti clienti o sente una responsabilità personale verso ciò che accade ed anche verso I collaboratori. Non c’è sempre qualcun altro al quale passare il telefono. Non tutte le urgenze rispettano un orario.

Ma se tutto è urgente, nulla lo è davvero.

Forse il confine più utile non consiste nel promettere che non risponderemo mai oltre una certa ora. Consiste nel rendere chiare le eccezioni: che cosa è davvero urgente, quale canale usare, quando è ragionevole aspettarsi una risposta e quali questioni hanno bisogno di uno spazio diverso da una sequenza di messaggi.

Un confine non serve ad allontanare le persone. Serve a permetterci di esserci meglio quando ci siamo.

Quei 39 messaggi non sono 39 colpe

Guardo di nuovo il numero sullo schermo.

Trentanove.

So che dovrò aprirli, distinguere ciò che non può aspettare da ciò che può farlo, rispondere, prendere appunti, forse chiedere chiarimenti. So anche che, mentre lo farò, probabilmente ne arriveranno altri.

Ma sto provando a non leggere quel numero come un giudizio su di me.

Non sono 39 persone che ho deluso. Non sono 39 prove della mia disorganizzazione. Sono il punto di incontro tra molti ritmi diversi: chi parte, chi torna, chi vuole chiudere tutto prima delle ferie, chi è stanco e ha bisogno di una soluzione, chi scrive nel momento in cui finalmente riesce a fermarsi.

E poi ci sono io.

Anch’io ho un ritmo, anche se quest’estate non sono partita. Anch’io ho bisogno di tempo per pensare, lavorare bene e non passare da una richiesta all’altra come se la mia attenzione fosse una stanza nella quale tutti possono entrare contemporaneamente.

Forse il mio errore non è aver lasciato accumulare 39 messaggi. È aver creduto, per troppo tempo, che ciascuno di quei messaggi avesse automaticamente il diritto di stabilire la mia priorità successiva.

Risponderò. Non a tutti nello stesso momento e non sempre con la velocità che vorrei. Alcune persone dovranno aspettare e io dovrò imparare a tollerare il piccolo disagio che questo mi provoca.

Perché proteggere il proprio tempo non significa sottrarlo agli altri. Significa evitare di distribuirlo in frammenti così piccoli da non riuscire più a usarlo bene per nessuno, neppure per noi stesse.

A fine agosto ho riaperto WhatsApp e ho trovato 39 messaggi non letti.

Il numero era reale. Il senso di colpa, invece, non è un obbligo.

Le fonti e le informazioni citate sono state verificate il 20 agosto 2026. Per approfondire: Ohly e coll.i, esperimento sulle interruzioni causate dalle notifiche; Derks, van Mierlo e Schmitz, uso lavorativo dello smartphone, distacco psicologico e stanchezza; Eurofound, attuazione e impatto del diritto alla disconnessione; Ministero del Lavoro, Protocollo nazionale sul lavoro agile nel settore privato; Parlamento europeo, iter sul diritto alla disconnessione.