Pink Society

Magazine per la crescita personale femminile

Ho cercato il mio nome su Google. E ho incontrato la donna che ero nel 1998

Che cosa resta di noi su Internet mentre cambiamo lavoro, passioni e vita? Ho digitato il mio nome su Google e, tra profili, articoli e vecchie tracce digitali, ho ritrovato una parte di me che credevo lontanissima. Era il 1998. E quella donna aveva ancora qualcosa da raccontarmi.

Non avevo mai cercato davvero il mio nome su Google.

Può sembrare strano, soprattutto per una persona che da anni lavora nella comunicazione, dirige un magazine, conduce programmi televisivi e vive circondata da notizie, siti, parole e immagini. Eppure non lo avevo mai fatto con intenzione. Non avevo mai scritto «Monica Di Leandro» tra virgolette nella barra di ricerca per poi fermarmi a guardare che cosa il web raccontasse di me.

Forse pensavo di saperlo già.

Poi mi è stata fatta una domanda molto semplice: «Hai mai cercato il tuo nome su Google?».

No.

Così l’ho fatto.

All’inizio ho riconosciuto la donna che sono oggi. Sono comparsi il mio profilo LinkedIn, Pianeta Salute TV, PinkSociety.it, la casa editrice, le interviste, le moderazioni, i progetti di sensibilizzazione, i programmi dedicati alla salute e il libro La via del drago, nato per raccogliere le storie di rinascita delle donne operate di tumore al seno.

Una biografia professionale abbastanza coerente. La biologa, la giornalista scientifica, la divulgatrice, l’editrice. Una donna che negli anni ha unito salute, comunicazione e storie da raccontare.

Poi, però, Google ha aperto una porta che non mi aspettavo.

Tredici font e una vita che sembrava scomparsa

Tra i risultati è apparso il nome “4 Your Eyes Only”. Sotto, il mio: Monica Di Leandro.

Tredici font illustrati creati a partire dal 1998. Cuori, fiori, simboli sportivi, disegni per il Natale, Halloween, l’estate e la scuola. Font che oggi vengono ancora conservati e distribuiti nei grandi archivi internazionali dedicati alla grafica. Su FontSpace risultano complessivamente più di centomila download.

Quella Monica ero io.

Alla fine degli anni Novanta avevo un’azienda di servizi Internet e multimediali. Mi occupavo di grafica, realizzavo siti web e sperimentavo con gli strumenti digitali di allora, quando costruire uno spazio online significava davvero partire quasi da zero. Non esistevano i social come li conosciamo oggi, non c’erano modelli pronti per ogni esigenza e persino inserire un’immagine o scegliere un carattere poteva diventare un piccolo progetto creativo.

Per due volte il mio lavoro fu scelto come Sito dell’anno dalla rivista PC Magazine.

Oggi mi sembra un’altra vita.

Eppure, davanti a quei font ancora online, non ho provato imbarazzo e neppure il desiderio di cancellarli. Ho provato orgoglio. Un orgoglio quieto, quasi affettuoso. Come quando si apre una scatola dimenticata e si ritrova qualcosa che non useremmo più, ma che racconta perfettamente chi siamo state.

La cosa sorprendente è che quella parte di me non era rimasta ferma in una scatola. Mentre io cambiavo lavoro, linguaggi, strumenti e responsabilità, quei piccoli simboli continuavano a viaggiare. Qualcuno li cercava, qualcuno li scaricava, qualcuno forse li usava in un progetto senza sapere nulla della donna che li aveva disegnati.

Io avevo quasi smesso di pensarci. Google, invece, no.

Google non racconta una bugia: racconta una storia incompleta

La ricerca non mi ha restituito una persona falsa. Tutto ciò che ho trovato mi appartiene: la comunicazione scientifica e i font illustrati, i libri e i vecchi profili social, il presente professionale e le tracce lasciate in anni molto diversi.

Il punto è che Google mette tutto sullo stesso piano temporale. Per un motore di ricerca, ciò che abbiamo pubblicato ieri e ciò che abbiamo creato quasi trent’anni fa possono convivere nella stessa pagina, separati soltanto dalla capacità dell’algoritmo di considerarli più o meno pertinenti.

Noi viviamo il tempo come una trasformazione. La rete lo vive come un archivio.

Per questo cercare il proprio nome può produrre una sensazione stranissima. Ci riconosciamo e, nello stesso momento, ci sentiamo osservate da fuori. Scopriamo che la nostra identità digitale non coincide esattamente con ciò che pensiamo di essere oggi: è piuttosto una somma di versioni, alcune aggiornate, altre rimaste sospese.

Google non scrive la nostra biografia. La assembla.

Prende informazioni pubblicate da noi, dalle piattaforme che utilizziamo, dalle aziende con cui lavoriamo, dai giornali, dagli archivi e dalle persone che ci citano. Le ordina secondo criteri che possono cambiare in base alla località, alle impostazioni e, in alcuni casi, alla personalizzazione. Non tutti, quindi, vedono necessariamente gli stessi risultati nello stesso ordine.

Ma proprio per questo dovremmo conoscere almeno la prima pagina della storia che il web racconta di noi.

Cercare il proprio nome online non è un gesto di vanità

Abbiamo imparato a considerare il cosiddetto egosurfing — cercare se stesse su Internet — come un esercizio un po’ narcisistico. In realtà può essere una forma elementare di consapevolezza digitale.

Un datore di lavoro, una nuova collega, un cliente, una persona conosciuta da poco o qualcuno che ha semplicemente ascoltato il nostro nome durante un evento potrebbe cercarci. Lo stesso può accadere ai nostri figli, ai nostri amici e alle persone che intervistiamo. Non possiamo controllare ogni interpretazione, ma possiamo almeno sapere quali materiali incontreranno.

La ricerca può far emergere informazioni corrette ma vecchie, fotografie che non ricordavamo, profili abbandonati, omonimie, descrizioni professionali non più attuali o dati personali che preferiremmo non fossero così facili da trovare.

Nel mio caso non ho incontrato un’omonima che si era presa la mia identità. Ho incontrato me stessa, molte volte.

Ho trovato la Monica che oggi dirige Pianeta Salute TV e PinkSociety..it La Monica autrice. La Monica editrice. Ma anche quella che, nel 1998, lavorava nella grafica e nei servizi Internet, costruiva siti quando il web era ancora una terra da esplorare e trasformava piccoli disegni in caratteri da condividere.

Mi è sembrato quasi che Google mi dicesse: «Guarda che non hai cominciato oggi».

Come possiamo scoprire che cosa Google sa di noi

Non serve possedere competenze tecniche. È sufficiente cercare il proprio nome e cognome tra virgolette, prima nella ricerca generale e poi tra le immagini. Le virgolette aiutano a trovare la combinazione esatta, evitando almeno una parte dei risultati dedicati a persone con nomi simili.

Possiamo ripetere la ricerca aggiungendo la città, la professione, il nome di un’azienda o un vecchio progetto. Vale la pena farlo anche dopo essere usciti dal proprio account Google o utilizzando una finestra privata, sapendo però che nessuna ricerca è completamente neutra: la posizione geografica e altri elementi possono ancora influire su ciò che vediamo.

Poi bisogna andare oltre i primi risultati. Le tracce più interessanti, e qualche volta più problematiche, non sono sempre in cima. Possono trovarsi nelle immagini, nei vecchi PDF, nei profili di piattaforme che non usiamo più o nelle pagine che ci citano soltanto di passaggio.

Il passaggio più importante, però, viene dopo: distinguere ciò che è vecchio ma prezioso, ciò che è vecchio e irrilevante, ciò che è inesatto e ciò che è troppo personale.

I miei font appartengono alla prima categoria. Non descrivono il mio lavoro di oggi, ma raccontano una competenza, una curiosità e un periodo della mia vita. Non vorrei eliminarli. Semmai vorrei ricongiungerli alla mia storia, perché non sembrino il frammento inspiegabile di un’altra persona.

Possiamo cancellare ciò che Google mostra?

Qui è necessaria una distinzione fondamentale. Google mostra collegamenti a contenuti ospitati altrove. Rimuovere un risultato dalla ricerca non significa necessariamente cancellare la pagina originale.

Se un’informazione inesatta si trova su un sito che controlliamo, la soluzione migliore è correggerla alla fonte. Se la pagina è stata modificata o eliminata ma Google continua a mostrare una vecchia descrizione, possiamo utilizzare lo strumento ufficiale per chiedere l’aggiornamento dei contenuti obsoleti.

Google permette inoltre di chiedere la rimozione dai risultati di alcune informazioni private, come indirizzi, numeri di telefono, email, documenti riservati, credenziali e altri dati sensibili. La richiesta viene valutata e può portare a una rimozione completa oppure a una rimozione limitata alle ricerche effettuate usando il nostro nome.

Anche quando il collegamento scompare da Google, tuttavia, il contenuto potrebbe rimanere sul sito che lo ospita, essere raggiunto attraverso un social o comparire su un altro motore di ricerca. Per cancellarlo davvero bisogna rivolgersi, quando possibile e quando ne esistono i presupposti, anche al proprietario della pagina.

Esiste poi il diritto all’oblio, che non è un pulsante magico per cancellare tutto ciò che non ci piace. In determinate condizioni possiamo chiedere la deindicizzazione di risultati legati al nostro nome, soprattutto quando le informazioni sono ormai inadeguate, non pertinenti o non più attuali rispetto alle finalità per le quali erano state pubblicate. La decisione richiede però un bilanciamento con altri diritti, compreso l’interesse pubblico all’informazione.

Il Garante per la protezione dei dati personali ricorda che la deindicizzazione non elimina necessariamente il contenuto originale: rende più difficile raggiungerlo partendo da una ricerca sul nome della persona.

In altre parole, abbiamo strumenti per proteggerci, correggerci e chiedere che alcune informazioni non siano immediatamente associate a noi. Ma non possediamo una gomma capace di cancellare l’intera memoria della rete.

Forse non dobbiamo eliminare tutte le donne che siamo state

Mentre osservavo quei risultati, mi sono chiesta che cosa significhi davvero «curare la propria identità digitale».

Non credo significhi rendere tutto perfetto, uniforme e professionale. Non significa eliminare ogni traccia che non corrisponde al nostro presente. Una biografia senza cambiamenti sarebbe forse più ordinata, ma sarebbe anche meno vera.

Curare la propria presenza online significa sapere che cosa esiste, correggere ciò che è falso, proteggere ciò che è privato e dare un contesto a ciò che il tempo ha lasciato indietro.

Quei font non rappresentano il centro della mia vita di oggi. Ma raccontano che già allora amavo creare, comunicare e trasformare idee in qualcosa che altre persone potessero usare. Cambiavano gli strumenti, non il desiderio.

Forse la biologa, la giornalista, la direttrice, l’editrice e quella giovane imprenditrice digitale non sono donne così diverse come mi è sembrato all’inizio. Forse sono capitoli dello stesso libro, anche se Google li ha sparsi in un ordine tutto suo.

Era un’altra vita. Ma era la mia.

Ho cercato il mio nome e ho trovato un filo

Alla fine non ho chiuso Google con il desiderio di sparire. L’ho chiuso con la sensazione di aver recuperato qualcosa.

Ho scoperto che una parte del mio passato creativo continua a esistere fuori dalla mia memoria. Tredici piccoli alfabeti illustrati viaggiano ancora online mentre io mi occupo di salute, libri, televisione e storie di donne. Più di centomila download significano che quei segni sono entrati, in modi che non potrò mai conoscere, nei lavori e nei ricordi di altre persone.

Non è poco.

Cercare il proprio nome su Google può farci trovare qualcosa che vorremmo correggere o proteggere. Può metterci a disagio. Può mostrarci quanto poco controlliamo la versione di noi che gli altri incontrano online.

Ma può anche restituirci un pezzo di strada.

Io cercavo la donna che sono oggi. Ho incontrato quella che ero nel 1998. Per un momento mi è sembrata lontanissima. Poi ho riconosciuto la curiosità, la voglia di sperimentare, il piacere di creare qualcosa destinato agli altri.

E allora ho capito che la domanda non è soltanto «Che cosa sa Google di me?».

La domanda più interessante è: «Quale parte di me avevo dimenticato e la rete, nel bene e nel male, ha continuato a ricordare?».

Le ricerche e le procedure citate sono state verificate nell’agosto 2026. Per approfondire: Google, rimozione delle informazioni private dai risultatiGoogle, aggiornamento dei contenuti obsoletiGarante per la protezione dei dati personali, diritto all’oblioCommissione europea, protezione dei dati e diritto alla cancellazione. I dati relativi ai font provengono dalla pagina pubblica di 4 Your Eyes Only su FontSpace e dall’archivio tipografico della McGill University