Pink Society

Magazine per la crescita personale femminile

Le donne che guariscono il passato: L’ultima guaritrice di Giulia Dal Mas

Le donne che guariscono il passato: L’ultima guaritrice di Giulia Dal Mas

Nella sua nuova rubrica letteraria, Ursula Scilla ci accompagna alla scoperta di L’ultima guaritrice di Giulia Dal Mas, un romanzo che intreccia memoria, segreti familiari, amore e storia. Attraverso la vicenda di Ester e delle donne che l’hanno preceduta, il libro invita a riflettere sulle ferite che attraversano le generazioni e sulla possibilità di conoscere il passato per comprendere meglio chi siamo oggi. Una storia in cui le donne, il loro sapere e la loro capacità di prendersi cura diventano il filo che unisce epoche e destini.

Care le mie lettrici di PinkSociety.it,

questa settimana torno da voi con un romanzo che ha una parola bellissima già nel titolo: guaritrice.

E ditemi voi se non è una parola che ci chiama.
Guarire. Curare. Rimettere insieme. Toccare una ferita senza far finta che non esista. Cercare nel passato non per nostalgia, ma per capire da dove arriva quel dolore che, a volte, ci portiamo addosso senza nemmeno sapere chi ce l’abbia consegnato.

Il libro che ho scelto per la nostra rubrica è L’ultima guaritrice di Giulia Dal Mas, pubblicato da TRE60. Un romanzo italiano che Amazon.it segnala tra i titoli più venduti della categoria Letteratura italiana, e che mi sembra perfetto per continuare il nostro viaggio dentro quelle storie di donne, radici e segreti familiari che tanto stanno parlando alle lettrici di Pink Society.

Al centro della storia troviamo Ester, una donna che arriva in Toscana, tra le antiche mura di palazzo Abati, e lì comincia a scoprire una vicenda familiare rimasta nascosta troppo a lungo: una storia di legami inattesi, radici dimenticate e un grande amore.

E già qui, care mie, il romanzo apre una porta che conosciamo bene: quella delle famiglie.

Perché ogni famiglia ha una stanza chiusa.
A volte anche più di una.

Una fotografia dimenticata in un cassetto. Una lettera mai spedita. Un nome pronunciato troppo in fretta. Una donna di cui nessuno parla volentieri. Un amore archiviato come errore. Una scelta che, a distanza di anni, continua a produrre conseguenze su chi è venuto dopo.

Ester arriva in Toscana pensando forse di cercare una storia. Ma, come spesso accade nei romanzi migliori, finisce per cercare se stessa.

Perché il passato, care lettrici, non è mai soltanto passato. È un terreno sotto i nostri piedi. Anche quando non lo vediamo, ci sostiene o ci fa inciampare. E quando finalmente decidiamo di scavare, non troviamo solo ciò che è accaduto: troviamo ciò che siamo diventate per colpa, o grazie, a ciò che è accaduto prima di noi.

In L’ultima guaritrice il passato ha il volto di Ada Meyer, figlia di una nobildonna fiorentina e di un generale tedesco, che si trova nella villa di famiglia sulle sponde del lago di Costanza. La sua storia si intreccia con un tempo buio, attraversato dalla guerra, dalla persecuzione razziale e da scelte individuali capaci di diventare enormi davanti alla Storia.

E poi c’è Marlena, giovane maestra di scuola, chiamata “guaritrice” per la sua conoscenza delle erbe e del corpo umano. Una figura che sembra uscita da una memoria antica, da quel mondo in cui il sapere femminile passava di mano in mano, di voce in voce, di gesto in gesto.

Ecco, io vorrei fermarmi proprio su Marlena.

Perché le guaritrici, nella storia delle donne, sono sempre state figure ambigue e potentissime. Ammirate quando servivano. Temute quando sapevano troppo. Cercate nei momenti di dolore. Allontanate quando la loro competenza diventava scomoda.

La guaritrice conosce il corpo.
E il corpo, soprattutto quello delle donne, è sempre stato un luogo politico.

Il corpo che partorisce.
Il corpo che si ammala.
Il corpo che desidera.
Il corpo che subisce.
Il corpo che ricorda.

Marlena appartiene a quella stirpe di donne che sanno prima che qualcuno le autorizzi a sapere. Donne che non hanno necessariamente un titolo appeso alla parete, ma possiedono una competenza concreta, sedimentata, fatta di osservazione, esperienza, ascolto. Donne che sanno leggere una febbre, una paura, una ferita, una solitudine.

E quante donne così abbiamo avuto nelle nostre famiglie?

Una nonna che conosceva le erbe.
Una zia che capiva subito quando qualcuno mentiva.
Una madre capace di sentire il dolore degli altri prima ancora che venisse detto.
Una vicina di casa da cui tutte andavano, magari fingendo che fosse solo per un consiglio.

Le guaritrici non curano solo il corpo. Spesso curano ciò che una comunità non sa nominare.

E questo romanzo, almeno per come lo leggo io, parla proprio di questo: della necessità di dare un nome alle ferite. Perché finché una ferita resta senza nome, continua a lavorare nel buio. Diventa destino, carattere, malinconia, silenzio familiare. Quando invece qualcuno la guarda, la racconta, la riporta alla luce, allora forse non scompare, ma smette di governarci.

Ester compie questo viaggio. Un viaggio sulle orme del passato, nel quale solleva il velo sui segreti che hanno avvolto le sue radici e, grazie anche all’incontro con Giulio, scopre una parte nuova di sé, pronta ad andare incontro a un futuro più autentico.

Care mie, questa parola — autentico — è una parola importante.

Perché quante vite viviamo prima di arrivare alla nostra?

Viviamo la vita che gli altri si aspettano.
La vita che sembra più prudente.
La vita che non disturba.
La vita che ci protegge dal rischio, ma anche dalla verità.
Poi, a un certo punto, qualcosa si incrina. Una scoperta, un’eredità, una morte, una lettera, un viaggio. E ciò che sembrava stabile comincia a muoversi.

Ester non cerca soltanto informazioni. Cerca una forma nuova per stare dentro la propria vita.

Questa è una delle cose che più mi piacciono nei romanzi costruiti su due piani temporali: il passato non è un ornamento narrativo, non è il “capitolo storico” messo lì per rendere tutto più suggestivo. Il passato diventa una chiave. Una chiave che apre il presente.

Da una parte abbiamo Ada, Marlena, la guerra, il dolore, le scelte difficili.
Dall’altra abbiamo Ester, oggi, davanti a ciò che resta di quelle scelte.

E in mezzo c’è una domanda bellissima e scomoda: quanto siamo libere, se non conosciamo la verità da cui veniamo?

Io credo che questa domanda parlerà molto alle nostre lettrici.

Perché Pink Society, in fondo, è anche questo: un luogo in cui proviamo a non accontentarci delle versioni comode. Dei “è sempre stato così”. Dei “non pensarci”. Dei “ormai è passato”. Noi lo sappiamo: certe cose non passano solo perché nessuno ne parla. Anzi, spesso diventano più pesanti proprio quando vengono sepolte.

La scrittura di Giulia Dal Mas, almeno nei materiali di presentazione e nelle recensioni disponibili, viene raccontata come capace di intrecciare passato e presente, amore e memoria, eventi storici crudeli e scelte intime dei personaggi. Ed è un equilibrio che, quando funziona, può regalare romanzi molto amati: perché ci fa sentire che la grande Storia non è una cosa lontana, da manuale scolastico, ma qualcosa che entra nelle case, nei corpi, negli amori, nei destini.

La guerra, in questo libro, non è solo uno sfondo.
È una pressione.
Un pericolo.
Una frattura.
Una prova morale.

Davanti ai tempi più bui, i personaggi sono costretti a scegliere. E le scelte, care lettrici, sono la vera materia dei romanzi. Non le belle frasi, non le ambientazioni, non i colpi di scena da soli. Le scelte. Ciò che una persona decide quando ha paura. Ciò che sacrifica. Chi protegge. Chi tradisce. Chi salva.

E qui entra in gioco il grande tema dell’amore.

Non l’amore decorativo, non quello con i cuoricini disegnati sui margini. L’amore vero, quello che si sporca con la Storia. Quello che può diventare coraggio, rischio, colpa, fedeltà, perdita. Quello che, in certi momenti, non chiede “sarò felice?”, ma “che cosa sono disposta a fare per non perdere me stessa?”.

Il romanzo è stato descritto come una storia delicata e drammatica, radicata in un momento devastante del passato, ma raccontata anche attraverso una grande storia d’amore. E io trovo molto interessante questa unione tra guarigione e amore, perché spesso confondiamo le due cose.

L’amore non guarisce sempre.
A volte ferisce.
A volte lascia domande.
A volte arriva tardi.
A volte non basta.

Ma ci sono amori che, anche quando non salvano tutto, lasciano una traccia capace di orientare chi viene dopo. Amori che diventano memoria. Amori che diventano radici. Amori che qualcuno, un giorno, deve finalmente raccontare.

Ester, seguendo quelle tracce, compie un gesto che molte donne prima o poi sentono necessario: torna indietro per poter andare avanti.

Non indietro nel senso della nostalgia. Non per restare prigioniera di ciò che è stato. Ma per capire. E capire, care mie, è una forma di liberazione.

Capire perché una madre era così dura.
Perché una nonna taceva davanti a certe domande.
Perché in famiglia non si nominava mai quella persona.
Perché un dolore sembrava appartenere a tutti, anche se nessuno lo aveva vissuto direttamente.

Le famiglie tramandano oggetti, case, ricette, cognomi. Ma tramandano anche paure. E quando una donna decide di guardarle in faccia, non lo fa solo per sé. Lo fa anche per quelle venute prima e per quelle che verranno dopo.

Questa, secondo me, è la chiave più bella di L’ultima guaritrice: la guarigione come atto generazionale.

Non si guarisce mai completamente da sole.
Si guarisce dentro una storia.
A volte guarire significa restituire dignità a chi è stato cancellato.
A volte significa smettere di vergognarsi di qualcosa che non era colpa nostra.
A volte significa scoprire che ciò che credevamo debolezza era invece eredità di resistenza.

Marlena, con il suo sapere antico, e Ester, con la sua ricerca contemporanea, sembrano appartenere a due mondi lontani. Eppure sono unite da un filo: entrambe, in modi diversi, si confrontano con ciò che il corpo e la memoria custodiscono.

Perché il corpo ricorda.

Ricorda le carezze e le violenze.
Le fughe e le attese.
Le paure ereditate.
Le intuizioni che non sappiamo spiegare.
Le ferite che diventano postura, modo di amare, modo di difendersi.

E la memoria, quando viene finalmente ascoltata, può diventare medicina.

Mi piace pensare che questo libro sia una specie di erbario narrativo. Ogni capitolo una foglia, una radice, un fiore, una traccia. Alcune piante curano, altre pungono, altre sembrano innocue e invece sono potentissime. Così sono anche le storie di famiglia: alcune consolano, altre avvelenano, altre ancora, se le sappiamo leggere, ci salvano.

Care lettrici, questo è un romanzo che possiamo proporre con molta convinzione perché tiene insieme diversi elementi che il nostro pubblico ama: una protagonista contemporanea in cerca di sé, una vicenda del passato legata alla guerra e alla persecuzione, un sapere femminile antico, una storia d’amore, il mistero delle radici. E soprattutto una domanda universale: che cosa dobbiamo conoscere per smettere di ripetere ciò che ci ha ferito?

È una domanda enorme.

E riguarda tutti, ma forse le donne in modo particolare. Perché per secoli alle donne è stato chiesto di custodire la memoria familiare senza però avere sempre il diritto di raccontarla davvero. Dovevano ricordare compleanni, lutti, ricette, parentele, doveri. Ma non sempre potevano dire la verità. Non sempre potevano nominare un’ingiustizia. Non sempre potevano raccontare un amore proibito, una violenza, una scelta obbligata, una fuga mancata.

E allora i romanzi arrivano anche per questo: per restituire voce alle stanze mute.

Vi consiglio L’ultima guaritrice perché è un romanzo di memoria e di rinascita. Perché parla di donne che sanno, anche quando il mondo non vuole ascoltarle. Perché ci ricorda che il passato non va venerato né cancellato: va interrogato. Perché dentro una storia familiare può nascondersi una chiave capace di aprire il presente.

Leggetelo per Ester, che cerca la verità.
Leggetelo per Ada, che appartiene a un tempo fragile e feroce.
Leggetelo per Marlena, che porta nelle mani un sapere antico.
Leggetelo per tutte le donne che hanno guarito gli altri senza che nessuno si chiedesse chi avrebbe guarito loro.

E leggetelo pensando alle vostre guaritrici.

A quelle ufficiali e a quelle segrete.
A chi vi ha tenuto la mano quando non sapevate dove andare.
A chi vi ha insegnato una cura semplice.
A chi ha capito il vostro dolore prima ancora che voi trovaste le parole.
A chi, magari senza saperlo, vi ha mostrato che anche dalle radici più aggrovigliate può nascere una strada.

Perché guarire, care mie, non significa dimenticare.
Significa ricordare senza sanguinare ogni volta.

E forse è proprio questo il dono più grande delle storie: ci aiutano a guardare il passato non come una condanna, ma come una ferita che, finalmente, può cominciare a chiudersi.

Un abbraccio,
al prossimo libro
la vostra Ursula

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