Pink Society

Magazine per la crescita personale femminile

La luce nascosta nelle cose perdute: Il sole nelle pozzanghere di Matteo Bussola

Il sole nelle pozzanghere di Matteo Bussola

Ci sono oggetti che continuiamo a conservare senza sapere esattamente perché. Una tazza, una collana, un vecchio libro, un vestito. Poi arriva un momento in cui capiamo che non stavamo conservando una cosa, ma un pezzo della nostra vita.
Ursula Scilla ci porta nel mondo de Il sole nelle pozzanghere di Matteo Bussola, un romanzo delicato e malinconico che parla di memoria, perdita, seconde possibilità e del valore di ciò che porta ancora i segni del tempo. Una storia che, soprattutto dopo i 40 anni, può farci guardare con occhi diversi anche alle donne che siamo state.

Care le mie lettrici di PinkSociety.it,

questa settimana vi porto in un posto piccolo.

Non una grande villa di famiglia.
Non una Sicilia piena di segreti.
Non una montagna attraversata dalla guerra.
Non una casa dove il destino bussa con violenza.

Vi porto in un negozio.

Uno di quei luoghi che sembrano stare ai margini della città e invece, se li guardiamo bene, contengono il mondo intero. Un negozio di oggetti usati, di cose dimenticate, di vite passate di mano in mano. Un posto dove arrivano cucine, orologi, cartelle, chitarre, orecchini, scatole, ricordi. Oggetti che qualcuno ha lasciato andare e che qualcun altro, forse, potrà imparare a guardare di nuovo.

Il libro che ho scelto per la nostra rubrica è Il sole nelle pozzanghere di Matteo Bussola, pubblicato da Einaudi. Un romanzo breve, delicato, malinconico e luminoso, di quelli che non fanno rumore, ma restano. E voi sapete quanto io diffidi dei libri che vogliono urlare a tutti i costi. A volte le storie più potenti sono quelle che entrano piano, si siedono accanto a noi e cominciano a spostare qualcosa senza chiedere permesso.

Il protagonista è il signor Pi, un rigattiere. Ma non immaginatevi un semplice venditore di oggetti usati. Il signor Pi non aggiusta quasi nulla, almeno non nel senso pratico della parola. Non rimette necessariamente a posto ciò che è rotto. Piuttosto, ripulisce, osserva, ascolta. Sa che ogni oggetto ha addosso una traccia affettiva: una cucina che ha visto famiglie riunite e silenzi pesanti, un orologio che ha segnato attese, una chitarra che forse ha accompagnato un amore finito, un orecchino rimasto solo dopo una perdita.

E già qui, care mie, il romanzo ci prende per mano.

Perché noi viviamo circondate da oggetti, ma spesso non li guardiamo davvero. Li usiamo, li spostiamo, li accumuliamo, li regaliamo, li buttiamo. Eppure le cose trattengono qualcosa di noi. Non in modo magico, forse. O forse sì, un po’ magico lo è davvero. Trattengono gesti, abitudini, stanze, mani, odori, stagioni della vita.

Pensateci.

Una tazza può contenere una mattina.
Una sedia può contenere una persona che non c’è più.
Un vestito può contenere un’età intera.
Una scatola può contenere una versione di noi che abbiamo quasi dimenticato.

E allora questo romanzo ci fa una domanda semplice e tremenda: che cosa resta di noi nelle cose che lasciamo?

Il signor Pi sembra saperlo meglio degli altri. Nel suo negozio non entrano soltanto oggetti. Entrano storie. E le storie, quando arrivano con il loro carico di nostalgia, non si possono maneggiare con superficialità. Bisogna avere cura. Bisogna saper aspettare. Bisogna capire che ogni cosa porta con sé una piccola biografia.

Matteo Bussola costruisce un romanzo che parla di legami, memoria e seconde occasioni. La presentazione editoriale insiste proprio su questo: Il sole nelle pozzanghere racconta il bisogno che ognuno di noi ha degli altri per restare vivo.

Ecco, care lettrici, questa frase è una piccola verità da tenere in tasca.

Abbiamo bisogno degli altri per restare vivi.

Non solo per essere felici. Non solo per essere amate. Non solo per non sentirci sole la domenica pomeriggio. Abbiamo bisogno degli altri perché gli altri ci confermano che siamo esistite. Che qualcosa di noi ha lasciato traccia. Che una nostra parola, una nostra carezza, una nostra scelta, un nostro errore, un nostro gesto quotidiano non sono scivolati via senza significato.

Noi siamo fatte anche degli sguardi che ci hanno viste.

E quando quegli sguardi scompaiono, quando una persona amata se ne va, quando una casa viene svuotata, quando una storia finisce, spesso restano gli oggetti a fare da testimoni. Fragili, muti, ostinati testimoni.

Una collana.
Un grembiule.
Un libro sottolineato.
Una radio.
Una borsa consumata.
Un paio di scarpe che nessuno riesce a buttare.

Quante volte, dopo una perdita, ci siamo trovate davanti agli oggetti di qualcuno e abbiamo avuto la sensazione che fossero più vivi di quanto riuscissimo a sopportare?

Perché gli oggetti non parlano, ma accusano. Consolano. Pungono. Trattengono. Ci ricordano che una vita è passata davvero da lì.

E allora il negozio del signor Pi diventa qualcosa di più di una bottega: diventa un luogo di passaggio. Un purgatorio gentile delle cose. Un posto in cui ciò che è stato amato può non finire subito nel nulla.

Mi piace molto questa idea: le cose non sono importanti perché valgono, ma perché hanno partecipato alla nostra vita.

Viviamo in un tempo che ci spinge a comprare, sostituire, aggiornare, buttare. Tutto deve essere nuovo, efficiente, brillante, fotografabile. E invece questo romanzo ci invita a rallentare davanti all’usato, al consunto, al già vissuto. Ci dice che una cosa non perde valore perché porta i segni del tempo. Anzi, forse lo acquista proprio lì.

Care mie, vale anche per noi.

Quante donne temono di diventare “usate” dalla vita?
Usurate, stanche, segnate, meno luminose, meno desiderabili, meno nuove.
E invece no.
Noi non perdiamo valore perché abbiamo attraversato cose.
Non diventiamo meno preziose perché abbiamo cicatrici, ricordi, amori finiti, mattine difficili, stanze svuotate.

Anche noi, come certi oggetti del signor Pi, portiamo addosso una storia. E una storia non è un difetto. È profondità.

Il titolo del romanzo è bellissimo: Il sole nelle pozzanghere.

Perché il sole, nelle pozzanghere, non è il sole diretto, pieno, trionfale. È un sole riflesso. Lo devi cercare abbassando lo sguardo. Lo trovi in basso, dove magari hai appena visto fango, acqua sporca, un inciampo. E invece, se cambi prospettiva, ecco la luce.

Questa, secondo me, è la chiave più bella del libro: non tutta la luce arriva dall’alto.

A volte la luce si trova dove abbiamo pianto.
Dove siamo cadute.
Dove qualcosa ha lasciato una macchia.
Dove la vita sembrava meno elegante, meno presentabile, meno degna di essere mostrata.

Le pozzanghere non sono nobili. Non sono poetiche, almeno in apparenza. Sono acqua rimasta dopo la pioggia. Eppure possono contenere il cielo.

Non vi sembra meraviglioso?

Questo romanzo ci insegna proprio a guardare così: non soltanto davanti, non soltanto in alto, non soltanto dove tutti dicono che ci sia bellezza. Ma anche di lato, in basso, dentro le cose umili, dentro ciò che è stato lasciato indietro.

E qui, care lettrici, il libro diventa molto nostro.

Perché quante volte anche noi abbiamo trovato luce nei posti meno previsti?

In una telefonata arrivata tardi.
In una frase detta da un’amica mentre stavamo crollando.
In una fotografia ritrovata.
In una casa svuotata che all’improvviso ci ha restituito un ricordo buono.
In una giornata cominciata male e salvata da un dettaglio minuscolo.

La vita, spesso, non ci consola con grandi miracoli. Ci consola con riflessi.

Il signor Pi, con la sua attenzione per le cose e per le persone che le portano da lui, sembra sapere che ogni esistenza ha bisogno di qualcuno capace di guardare ciò che gli altri scartano. Ed è una forma d’amore, questa. Non rumorosa, non romantica nel senso più ovvio. Una forma d’amore paziente, laterale, fatta di cura.

Perché guardare davvero è già prendersi cura.

E forse è proprio questo che manca così tanto oggi: qualcuno che guardi davvero. Non che giudichi, non che sistemi subito, non che dia consigli pronti, non che dica “devi reagire”. Qualcuno che guardi e dica, anche senza parole: ho visto. Ho capito che questa cosa per te conta.

Il romanzo è popolato da oggetti, ma in realtà parla di persone.

Persone che hanno perso qualcosa.
Persone che non sanno più dove mettere un ricordo.
Persone che cercano una seconda occasione, magari senza avere il coraggio di chiamarla così.
Persone che arrivano con una cosa tra le mani e, senza saperlo, portano un pezzo di sé.

E ditemi voi se non è così anche nella vita.

Quante volte ci presentiamo agli altri con un oggetto simbolico tra le mani? Non necessariamente concreto. A volte è un racconto. Una ferita. Una vecchia paura. Una frase che continuiamo a ripetere. Un nome che non riusciamo a pronunciare. Un’abitudine che ci tiene legate al passato.

Tutte portiamo qualcosa da far valutare, custodire, forse restituire alla vita.

Mi piace pensare che Il sole nelle pozzanghere sia un romanzo sulla possibilità di non buttare via tutto. Non per restare prigioniere del passato, attenzione. Il passato può diventare una trappola, lo sappiamo bene. Ma nemmeno per vivere nella smania opposta: quella di cancellare, svuotare, sostituire, fare finta che ciò che ci ha attraversate non abbia lasciato segni.

C’è una via più saggia, forse.

Guardare.
Pulire.
Capire.
Lasciare andare ciò che deve andare.
Tenere ciò che ancora può illuminare.

Non tutto va conservato.
Non tutto va dimenticato.
La maturità, forse, sta nell’imparare la differenza.

Questo libro, con la sua delicatezza, ci parla anche della nostalgia. E la nostalgia è una materia pericolosa. Può consolare, certo, ma può anche ingannare. Può farci credere che prima fosse tutto migliore, quando magari era solo più familiare. Può trattenere persone, case, amori, identità che non esistono più.

Ma c’è una nostalgia buona.

Una nostalgia che non ci immobilizza, ma ci restituisce gratitudine. Che non ci fa desiderare di tornare indietro, ma ci permette di riconoscere ciò che siamo diventate grazie a ciò che abbiamo attraversato. Una nostalgia che non è catena, ma luce riflessa.

Il signor Pi sembra abitare proprio lì: nella nostalgia buona. Quella che guarda gli oggetti e non dice “torna com’eri”, ma “dimmi che cosa sei stato, e vediamo se puoi ancora servire alla vita”.

Che meraviglia, questa idea.

Perché forse potremmo applicarla anche a noi stesse.

Potremmo guardarci allo specchio e non dire: torna quella di prima.
Potremmo dire: dimmi che cosa sei stata, e vediamo cosa puoi diventare adesso.

Care lettrici, quanta tenerezza ci servirebbe per guardarci così.

Spesso siamo crudeli con le nostre versioni precedenti. Quella che ha amato la persona sbagliata. Quella che ha aspettato troppo. Quella che non ha capito subito. Quella che si è lasciata ferire. Quella che ha avuto paura. Quella che ha buttato via anni, o almeno così le diciamo nei momenti peggiori.

E se invece provassimo a ripulirle, quelle versioni?
A togliere polvere, non dignità.
A rimetterle in luce.
A capire che anche loro, a modo loro, ci hanno portate fin qui.

Questo romanzo ci invita a una forma di gentilezza verso ciò che è stato.

Non una gentilezza ingenua. Non tutto il passato merita carezze. Alcune cose meritano distanza, confini, libertà. Ma anche quando scegliamo di lasciare andare, possiamo farlo senza disprezzare la donna che siamo state mentre sopravvivevamo.

Ecco perché questo libro può piacere moltissimo alle lettrici di Pink Society. Perché parla sottovoce, ma tocca temi enormi: il lutto, la memoria, gli oggetti di famiglia, le seconde possibilità, il bisogno di legami, la bellezza nascosta nelle cose imperfette.

È un romanzo che non ci chiede di correre.
Ci chiede di fermarci davanti a una pozzanghera.
Di abbassare lo sguardo.
Di accorgerci che lì dentro, proprio lì, c’è un pezzo di cielo.

E io credo che abbiamo bisogno di libri così.

Libri che ci ricordino il valore delle cose piccole.
Libri che non confondano la delicatezza con la superficialità.
Libri che abbiano il coraggio di parlare della tenerezza senza vergognarsene.

Perché la tenerezza, care mie, è una cosa serissima.

Ci vuole forza per essere tenere in un mondo che premia la durezza.
Ci vuole coraggio per dire che un vecchio oggetto ci commuove.
Ci vuole maturità per ammettere che abbiamo bisogno degli altri.
Ci vuole intelligenza emotiva per capire che non tutto ciò che è rotto va buttato.

A volte va solo guardato meglio.

E forse è questo che fa il signor Pi. Guarda meglio. Dove altri vedono scarti, lui vede tracce. Dove altri vedono cose vecchie, lui vede vite. Dove altri vedono fine, lui cerca ancora una possibilità.

Vi consiglio Il sole nelle pozzanghere perché è un romanzo breve ma pieno. Perché parla di memoria senza diventare pesante. Perché ci ricorda che ogni oggetto può essere una piccola arca di storie. Perché ci invita a cercare la luce non nei luoghi più ovvi, ma in quelli più umili.

Leggetelo pensando alle vostre case.

Agli oggetti che avete tenuto senza sapere bene perché.
A quelli che non riuscite a buttare.
A quelli che avete ereditato.
A quelli che vi sembrano insignificanti finché qualcuno non vi chiede: “Di chi era?”.

Leggetelo pensando alle persone che vi hanno lasciato qualcosa. Non solo cose, ma modi di stare al mondo. Una ricetta. Una paura. Una frase. Un gesto. Una risata. Una cura.

E leggetelo pensando anche a voi.

A ciò che avete perduto.
A ciò che avete salvato.
A ciò che credevate solo fango e invece, guardato da un’altra angolazione, conteneva ancora luce.

Perché il sole, care le mie lettrici, non sta sempre dove ce lo aspettiamo.

A volte non è nel cielo aperto.
A volte è in basso, dentro una pozzanghera, dopo la pioggia.

Bisogna solo avere il coraggio – e la pazienza – di abbassare lo sguardo.

Un abbraccio,
al prossimo libri
la vostra Ursula