Quando smettiamo di difenderci dalla vita: Ci basterà mangiare il vento di Gianluca Gotto

La recensione di Ursula Scilla parte da Ci basterà mangiare il vento di Gianluca Gotto per riflettere su un tema che, prima o poi, riguarda tutt*: il bisogno di controllare ciò che ci accade per paura di soffrire. Ma cosa succederebbe se imparassimo, poco alla volta, a fidarci di più della vita e di noi stesse? Una lettura che invita a fermarsi, guardarsi dentro e chiedersi se, nel tentativo di proteggerci, non stiamo finendo per perdere qualcosa di importante.
Care le mie lettrici di PinkSociety.it,
oggi è lunedì, e voi lo sapete: il lunedì, quando funziona bene, ha bisogno di un libro.
Non necessariamente di un libro facile. Non necessariamente di un libro leggero. A volte, anzi, il lunedì ha bisogno di un romanzo che ci prenda da parte e ci dica: “Senti, ma tu stai vivendo davvero, o stai solo cercando di non farti male?”.
Ecco, il libro che ho scelto questa settimana parte proprio da qui.
Il romanzo è Ci basterà mangiare il vento di Gianluca Gotto, pubblicato da Mondadori il 23 giugno 2026. È una delle uscite italiane più visibili del momento nella narrativa contemporanea, e Amazon.it lo segnala al primo posto nella categoria Narrativa contemporanea nella pagina bestseller consultata.
Già il titolo è una piccola promessa poetica: Ci basterà mangiare il vento.
Una frase che sembra leggera, quasi infantile, e invece contiene una verità adulta: certe volte la felicità non è possedere di più, controllare meglio, blindare tutto, evitare ogni rischio. Certe volte la felicità è lasciarsi attraversare da qualcosa che non si può trattenere. Il vento, appunto.
Il protagonista del romanzo vive a Singapore, dopo anni di viaggi e ricerca spirituale. Ha costruito intorno a sé un equilibrio apparentemente perfetto: tai chi all’alba, meditazione, lavoro da ghostwriter nei café, arrampicata, disciplina, silenzio, controllo. Conosce il Dhammapada, segue i suoi principi, cerca di lasciar andare tutto ciò che potrebbe turbarlo. Sembra un uomo pacificato. Sembra uno che ce l’ha fatta.
Ma, care mie, diffidiamo sempre un po’ delle vite troppo ordinate.
A volte l’ordine è pace.
Altre volte è una fortezza.
Il protagonista è cresciuto con una convinzione terribile: che la casa possa essere il posto più pericoloso del mondo, e che amore e sofferenza siano inseparabili. Così, per sopravvivere, ha fatto quello che molte persone ferite fanno: ha preso distanza. Dal passato, dai legami, dalle emozioni, dal caos, dal desiderio. Ha cercato di diventare invulnerabile.
E qui il romanzo comincia a parlare anche a noi.
Perché chi di noi non ha mai tentato, almeno una volta, di diventare inattaccabile?
Dopo una delusione, un abbandono, una famiglia complicata, un amore che ha fatto male, un tradimento, una perdita, può venire voglia di chiudere tutto. Di diventare sagge, lucidissime, serene, irraggiungibili. Di dire: “Io sto bene così”. E magari è anche vero, per un po’. Ma poi arriva la vita, con il suo modo sfacciato di bussare quando abbiamo appena finito di mettere in ordine.
Nel romanzo, la vita ha il nome di Giorgia.
Giorgia entra in scena in un ascensore d’albergo, una notte. È impulsiva, disordinata, incapace di stare da sola. Rappresenta tutto ciò che lui ha escluso dalla propria esistenza: le emozioni, il desiderio, la confusione, l’imprevedibile, le cose troppo umane. In una parola: l’amore.
E naturalmente lo destabilizza.
Perché alcune persone non entrano nella nostra vita per sistemarla. Entrano per smontare la versione troppo pulita che ci siamo costruite di noi stesse.
Giorgia non è soltanto un interesse amoroso. Sarebbe riduttivo. È un terremoto narrativo. È la crepa nel muro. È la domanda che il protagonista non voleva più farsi: a cosa serve dimenticare il dolore del passato, se per dimenticarlo bisogna rinunciare al presente?
Care lettrici, questa domanda è enorme.
Perché guarire non significa anestetizzarsi.
Guarire non significa non sentire più niente.
Guarire non significa diventare così brave a proteggerci da non lasciar entrare più nessuno.
Eppure capita. Eccome se capita.
Ci raccontiamo di essere mature, equilibrate, indipendenti. E magari lo siamo davvero. Ma qualche volta dietro l’equilibrio c’è una paura molto antica: se mi apro, soffrirò. Se amo, perderò. Se desidero, mi esporrò. Se mi fido, qualcuno userà quella fiducia contro di me.
Allora trasformiamo la prudenza in identità.
Diventiamo quelle che non chiedono.
Quelle che non si aspettano.
Quelle che non si lasciano andare.
Quelle che “io ormai sto bene da sola”.
E, attenzione, stare bene da sole è una conquista meravigliosa. Ma stare sole perché abbiamo paura della vita è un’altra cosa.
Gianluca Gotto costruisce un romanzo che mette in tensione proprio questi due poli: la ricerca della pace e il rischio di usarla come rifugio. In un’intervista a Vanity Fair, l’autore ha raccontato di aver messo in discussione una spiritualità che, a un certo punto, rischiava di diventare un anestetico, cioè un modo per non attraversare davvero la complessità della vita.
E questo, per me, è uno degli aspetti più interessanti del libro.
Perché oggi parliamo tantissimo di benessere, meditazione, crescita personale, energia, consapevolezza. Tutte cose preziose, sia chiaro. Ma il romanzo ci invita a fare una domanda scomoda: quando la ricerca della serenità diventa fuga? Quando il desiderio di non soffrire più si trasforma nel rifiuto di vivere?
Care mie, anche la calma può diventare una gabbia, se dentro non ci facciamo entrare niente.
Il protagonista crede di aver spezzato il proprio karma familiare. Crede di aver tagliato il filo con la violenza, il dolore, l’infanzia difficile. Ma il passato, lo sappiamo bene, non si cancella solo cambiando città, abitudini, lingua, fuso orario. Il passato viaggia con noi. Si infila nel modo in cui amiamo, nel modo in cui ci difendiamo, nella velocità con cui scappiamo quando qualcuno ci vuole bene.
E qui il romanzo tocca un tema che nella nostra rubrica torna spesso: l’eredità emotiva.
Non ereditiamo solo case, cognomi, fotografie, ricette, gioielli della nonna. Ereditiamo anche paure. Modi di amare. Silenzi. Frasi mai dette. Modelli familiari che ripetiamo anche quando giuriamo di voler fare il contrario.
Chi è cresciuto in una casa instabile può passare la vita a cercare stabilità.
Chi ha visto l’amore trasformarsi in sofferenza può confondere l’intimità con il pericolo.
Chi ha imparato presto a controllarsi può sentirsi minacciato da chi vive in modo spontaneo.
E allora arriva Giorgia, con il suo disordine, e manda tutto all’aria.
Benedetto disordine, verrebbe da dire.
Perché ci sono disordini che rovinano, certo. Ma ce ne sono altri che liberano. Ci costringono a uscire dalla parte di noi che abbiamo lucidato troppo. Ci ricordano che non siamo solo disciplina, principi, buone intenzioni, frasi sagge sottolineate nei libri. Siamo anche corpo, desiderio, fame, paura, contraddizione, tenerezza.
Siamo umane.
E l’umanità è sempre un po’ spettinata.
Il romanzo è ambientato tra Singapore e Torino, due luoghi molto diversi che diventano quasi due stati dell’anima: da una parte la distanza, il controllo, l’altrove; dall’altra il ritorno, le radici, ciò che forse non è mai stato davvero risolto.
Mi piace molto questa geografia emotiva. Perché spesso crediamo che per cambiare vita basti andare lontano. E a volte andare lontano serve davvero. Serve a respirare. A salvarsi. A vedere il mondo da un’altra finestra. Ma prima o poi arriva il momento in cui la distanza smette di bastare.
Si può essere dall’altra parte del mondo e abitare ancora dentro la stessa ferita.
E allora bisogna tornare. Non sempre fisicamente. A volte si torna con la memoria. Con una conversazione. Con un amore. Con un crollo. Con una domanda che avevamo evitato troppo a lungo.
Ci basterà mangiare il vento è un romanzo lungo, quasi seicento pagine, e questo gli dà il respiro delle storie in cui non si cambia in tre capitoli. Ed è giusto così. Perché nessuno guarisce davvero in fretta. Nessuno smette di avere paura perché incontra la persona giusta in ascensore. La vita non funziona come una commedia romantica con la colonna sonora perfetta.
Per fortuna.
Qui l’amore non è una bacchetta magica. È piuttosto una prova. Una soglia. Una domanda incarnata. Giorgia non “salva” il protagonista nel senso più banale del termine. Gli mostra, semmai, quanto lui sia ancora lontano dalla vita mentre credeva di aver trovato la pace.
E questo è molto interessante anche per noi donne, care lettrici.
Perché siamo abituate a leggere storie in cui è l’uomo a salvare la donna, oppure la donna a sacrificarsi per guarire l’uomo. Qui invece la chiave più bella, almeno per come la leggo io, è un’altra: nessuno può guarire al posto di qualcun altro. Ma qualcuno può arrivare e mostrarci il punto esatto in cui abbiamo smesso di vivere.
Non è poco.
Anzi, è moltissimo.
Giorgia, con la sua fragilità e il suo caos, non è un ideale da imitare né un problema da risolvere. È una donna viva. E le donne vive, in letteratura come nella realtà, non sono sempre accomodanti. Non arrivano per confermare l’ordine di un uomo. Non stanno ferme nel ruolo di musa, infermiera, premio finale, angelo del focolare o tentazione pericolosa. Le donne vive portano domande. E qualche volta portano anche scompiglio.
E io, ormai lo sapete, allo scompiglio narrativo voglio bene.
Perché spesso è da lì che comincia la verità.
Il libro ci invita anche a riflettere su un altro punto: il rapporto tra spiritualità e responsabilità emotiva. Meditare, lasciar andare, cercare la pace sono pratiche preziose. Ma non possono diventare un modo elegante per non entrare mai in relazione. Non possiamo usare la saggezza come un muro. Non possiamo chiamare distacco ciò che in realtà è terrore. Non possiamo trasformare la serenità in una stanza senza finestre.
La vera pace, forse, non è non provare più niente.
La vera pace è riuscire a restare presenti anche quando qualcosa ci muove dentro. Anche quando l’amore ci disordina. Anche quando il passato bussa. Anche quando la vita non rispetta la scaletta che avevamo preparato.
E questo romanzo, secondo me, funziona proprio perché ci dice: attenzione, vivere non significa eliminare il dolore. Vivere significa non lasciare che il dolore decida tutto al posto nostro.
Care mie, pensiamoci.
Quante scelte abbiamo fatto non per desiderio, ma per paura?
Quante porte non abbiamo aperto perché ci ricordavano una vecchia ferita?
Quanti amori abbiamo giudicato pericolosi solo perché ci chiedevano presenza?
Quante volte abbiamo preferito una solitudine controllabile a una felicità incerta?
Non c’è vergogna in questo. Anzi. È umano. Tutti cerchiamo di proteggerci. Ma a un certo punto la domanda diventa inevitabile: mi sto proteggendo, o mi sto impedendo di vivere?
Ci basterà mangiare il vento parla proprio da questa soglia.
È un romanzo per chi ha fatto pace solo a metà.
Per chi ha cambiato città, lavoro, abitudini, ma porta ancora dentro una stanza chiusa.
Per chi si è convinta di non aver più bisogno di nulla, e poi un giorno ha sentito di nuovo fame.
Per chi teme l’amore non perché non lo desideri, ma perché lo desidera troppo.
E poi c’è il vento.
Questo vento del titolo che mi sembra una metafora bellissima. Il vento non si possiede. Non si organizza. Non si mette in agenda. Arriva, passa, spettina, rinfresca, disturba, consola. Puoi chiudere le finestre, certo. Ma allora resterai al riparo anche dall’aria.
E quante volte facciamo proprio così?
Chiudiamo le finestre per non sentire freddo e poi ci chiediamo perché manca ossigeno.
Forse mangiare il vento significa proprio questo: accettare ciò che non si può trattenere. Godere delle cose belle anche se finiranno. Amare senza pretendere garanzie assolute. Lasciare che la vita entri, pur sapendo che potrebbe portare anche dolore.
Perché una vita senza dolore non esiste.
Ma una vita senza vita, quella sì, possiamo costruircela benissimo. E sarebbe un peccato enorme.
Vi consiglio Ci basterà mangiare il vento perché è un romanzo che parla a chi sta cercando una forma nuova di felicità. Non la felicità perfetta, instagrammabile, levigata. Ma quella più umana: fatta di paure attraversate, legami imperfetti, ritorni, crepe, desideri che bussano quando meno ce lo aspettiamo.
Leggetelo per il suo protagonista, che deve capire se la pace che ha costruito è davvero libertà o solo un rifugio ben arredato.
Leggetelo per Giorgia, che porta il caos e quindi, forse, anche la vita.
Leggetelo per Singapore e Torino, per l’altrove e il ritorno.
Leggetelo per quella domanda che resta addosso: sto evitando il dolore, o sto evitando l’amore?
E leggetelo pensando a voi.
A tutte le volte in cui vi siete difese perché non potevate fare altro.
A tutte le volte in cui quella difesa vi ha salvate.
E anche a tutte le volte in cui, poi, è arrivato il momento di aprire una finestra.
Perché guarire, care lettrici, non significa diventare intoccabili.
Significa tornare toccabili senza sentirsi perdute.
E forse la vita è proprio questo: imparare, piano piano, a lasciarsi spettinare.
Un abbraccio,
al prossimo libro
la vostra Ursula

Leggo libri, vedo gente, faccio cose.
Non credo nell’oroscopo ma lo leggo tutti i giorni.




