Decluttering e carico mentale: ecco perché non riesci mai a fare ordine davvero. Intervista con la Professional Organizer Sabrina Balsamo

Mettere ordine in casa non significa semplicemente avere stanze più belle o armadi più organizzati. A volte significa recuperare tempo, ridurre il carico mentale e fare spazio a una vita che ci somiglia di più.
Ne parliamo con Sabrina Balsamo, Professional Organizer e consulente certificata del metodo KonMari®, partendo da una domanda molto concreta: perché facciamo così fatica a lasciare andare le cose che non usiamo più? Un’intervista che parla di decluttering, ma anche di noi, delle versioni di noi che cambiano nel tempo e di quanto gli oggetti possano raccontare la nostra storia.
1. Partiamo dalle basi: che cosa fa esattamente una Professional Organizer e in quali situazioni una persona può avere bisogno del suo aiuto? A volte pensiamo che chiedere aiuto per organizzare casa significhi semplicemente “non essere capaci di fare ordine”. Quanto è lontana dalla realtà questa idea?
La prima cosa che chiedo quando incontro una persona è molto semplice: “Che cosa vorresti ottenere da questa consulenza? Che cosa ti piacerebbe avere e che cosa, invece, non vuoi più?”
Per me è da qui che deve partire tutto. Una Professional Organizer non è semplicemente una persona che arriva in casa e mette a posto. Il mio lavoro consiste nell’ascoltare il desiderio della persona, capire le sue esigenze e poi, attraverso le mie competenze e un metodo strutturato in precisi step, accompagnarla verso quel risultato.
Una casa può essere molto ordinata e, allo stesso tempo, non funzionare affatto per chi la abita. Oppure può esserci una persona perfettamente capace di riordinare ma che si sente comunque sopraffatta perché possiede troppe cose, perché gli spazi non rispondono più alle sue esigenze o perché sta attraversando un momento di cambiamento.
Per questo non considero mai il bisogno di aiuto come una mancanza di capacità. A volte siamo semplicemente troppo coinvolti per riuscire a guardare le nostre cose con sufficiente distanza. Oppure sappiamo perfettamente mettere in ordine, ma non ci siamo mai fermati a chiederci se ciò che stiamo organizzando rappresenti ancora la nostra vita.
È un po’ come avere un armadio perfettamente organizzato però pieno di vestiti che non indossiamo più: l’ordine c’è, ma il problema rimane.
Il mio obiettivo, quindi, non è creare una casa perfetta o imporre un modello di organizzazione. È aiutare ogni persona a costruire un modo di vivere i propri spazi che sia davvero suo e che possa essere mantenuto nel tempo.
2. Nel suo messaggio parla di un nuovo concetto di lusso: avere più tempo, spazio mentale e ambienti capaci di sostenere la propria vita. Che cosa significa concretamente? Qual è la differenza tra possedere una casa piena di cose belle e avere invece uno spazio che funziona davvero per la persona che lo abita?
Per me il vero lusso oggi è poter disporre del proprio tempo e delle proprie energie. E quando parlo di spazio mentale intendo proprio questo: non dover spendere continuamente attenzione per cercare, sistemare, spostare, gestire e decidere che cosa fare di tutte le cose che possediamo.
Penso a una cliente, una donna, mamma e lavoratrice, che mi ha chiesto aiuto perché sentiva il bisogno di portare ordine negli armadi di tutta la famiglia. La sua priorità erano naturalmente i figli, la famiglia, il lavoro, la casa. Le sue cose, invece, erano proprio quelle più trascurate.
Le ho proposto di partire da lei. E quello che è successo durante il percorso è stato molto più significativo di un semplice riordino dell’armadio.
Dopo aver selezionato i suoi vestiti e averli riorganizzati, ha potuto quasi ripartire da zero. Si è resa conto di quante cose conservasse senza più sentirle sue e, soprattutto, di quanto fosse diventato naturale per lei rimandare se stessa sempre dopo qualcun altro.
Alla fine del percorso mi ha detto che dal sentirsi completamente sopraffatta era passata a provare una grande sensazione di leggerezza, “come se riuscisse a respirare più profondamente”.
È una frase che mi è rimasta impressa perché racconta bene quello che può succedere quando uno spazio torna a essere sostenibile per chi lo vive. Non era semplicemente soddisfatta perché il suo armadio era ordinato: aveva recuperato una sensazione di spazio anche per se stessa.
E si è resa conto di una cosa importante: mettersi sempre al secondo, terzo o quarto posto non era necessariamente il modo migliore per prendersi cura della propria famiglia. Quando ha iniziato a dare importanza anche a se stessa, ha scoperto di vivere con meno stress persino il tempo dedicato agli altri.
È questo che intendo quando parlo di una casa capace di sostenere la nostra vita. Non deve semplicemente essere bella o ordinata: deve aiutarci a vivere meglio.
Una casa piena di cose belle può comunque essere uno spazio che ci chiede continuamente energia. Uno spazio che funziona, invece, ci semplifica la vita e ci restituisce qualcosa: tempo, leggerezza, energia e la possibilità di dedicarci a ciò che per noi conta davvero.
In questo senso, il vero lusso non è avere di più. È avere più spazio per vivere.

3. Il bisogno di fare decluttering sembra essere diventato sempre più forte. Perché, secondo lei, oggi sentiamo così tanto il bisogno di semplificare? È una questione di case più piccole, di consumismo, di sovraccarico mentale, di cambiamenti nelle nostre vite o c’è qualcosa di più profondo?
Credo che ci siano tutti questi elementi ma sicuramente il modo in cui oggi acquistiamo ha un peso importante. Abbiamo a disposizione praticamente tutto, subito e a prezzi spesso molto bassi. Quella che un tempo poteva essere un’esperienza legata a un viaggio, a un’occasione particolare o alla possibilità di trovare qualcosa di speciale, oggi può essere trasformata in un acquisto fatto in pochi secondi dal divano di casa.
E questa facilità è diventata ormai un’abitudine. Siamo arrivati a vivere in una situazione in cui possiamo avere praticamente tutto mentre continuiamo a dedicarci alla nostra vita quotidiana.
Ma a quel punto mi viene da chiedermi: qual’è la nostra vita?
Perché c’è un paradosso che incontro spesso: molte cose ci vengono presentate come strumenti per risparmiare tempo ma poi ci ritroviamo a dire continuamente che non abbiamo tempo. Acquistiamo per semplificarci la vita, accumuliamo, dobbiamo gestire ciò che abbiamo acquistato, riordinare, scegliere, mantenere e alla fine ci sentiamo ancora più oberati. È lì che, secondo me, qualcosa non torna.
Nelle case delle mie clienti vedo tanti esempi diversi: il “prendi tre e paghi due”, l’oggetto visto a un’influencer, il vestito del colore comprato solo perché era in offerta pur sapendo perfettamente che non ci piace oppure cose acquistate sapendo quasi fin dall’inizio che sono molto lontane dal nostro stile e dalle nostre reali esigenze.
E spesso dietro a questi acquisti c’è la sensazione che ci manchi qualcosa. Pensiamo di avere bisogno di quell’oggetto, oppure ci confrontiamo con qualcun altro e immaginiamo che la sua vita sia più completa perché possiede determinate cose.
Per questo credo che semplificare non significhi soltanto avere meno. Significa anche tornare a chiederci che cosa vogliamo davvero fare della nostra vita, anziché concentrarci continuamente su ciò che vogliamo avere.
Anche il mio modo di acquistare è cambiato nel tempo. Prima di comprare qualcosa mi chiedo se possiedo già qualcosa di simile e, se la risposta è sì, mi domando se quella nuova cosa mi piaccia davvero, senza dover aggiungere un “ma”: “mi piace ma quel dettaglio…”, “mi piace, però…”. Se non è un sì convinto, probabilmente non è qualcosa che desidero davvero.
E quando parlo di comprare meno e meglio, non intendo necessariamente acquistare prodotti costosi o di una determinata qualità. “Meglio” deve essere prima di tutto meglio per noi: qualcosa che ci piace, che ci serve e che sappiamo di voler utilizzare davvero.
Poi naturalmente è importante fare attenzione anche alla qualità dei materiali, alla durata, alle condizioni in cui un prodotto viene realizzato e all’impatto che può avere sull’ambiente e sulle persone. Ma credo che il primo passo sia smettere di comprare per riempire una mancanza che forse non è materiale.
4. Per molte donne, soprattutto dopo i 40 anni, la casa è piena di oggetti accumulati negli anni: vestiti che non indossiamo più, ricordi, regali, oggetti dei figli ormai grandi, cose appartenute ai genitori… Perché secondo lei è così difficile lasciar andare? E come si può affrontare questo processo senza sentirsi in colpa?
Perché gli oggetti sono spesso molto più di quello che sembrano. Possono contenere un ricordo, una relazione, una parte della nostra storia. E quando ci troviamo davanti a qualcosa che è appartenuto a una persona che amiamo, è facile confondere il valore affettivo del ricordo con la necessità di conservare per sempre l’oggetto.
Penso soprattutto alle cose che ci hanno lasciato i nostri genitori. A volte ci sembra quasi che lasciarle andare significhi lasciare andare loro, o non essere abbastanza riconoscenti per ciò che ci hanno dato.
Io provo a cambiare prospettiva. Mi piace pensare che se una persona che amiamo ci ha regalato qualcosa sarebbe probabilmente più felice sapendo che quell’oggetto ci ha reso felici, piuttosto che sapendolo conservato per anni in un armadio soltanto perché non abbiamo il coraggio di separarcene.
E allora possiamo chiederci: come può questa cosa continuare ad avere un significato per me?
A volte possiamo continuare a utilizzarla in un modo diverso da quello per cui era stata pensata, possiamo trasformarla, darle una nuova funzione oppure trovare qualcuno che possa apprezzarla e utilizzarla davvero. In questo modo non stiamo cancellando il significato che ha avuto per noi ma stiamo semplicemente trovando un modo diverso di rapportarci a quella storia.
Credo che questo aiuti molto anche a ridurre il senso di colpa. Non dobbiamo dimostrare il nostro amore attraverso la quantità di oggetti che conserviamo.
E c’è un’altra cosa che considero importante: non tutto deve essere deciso immediatamente. Se un oggetto ci emoziona e sentiamo di non essere pronti a lasciarlo andare, possiamo concederci il tempo di capire perché. Il decluttering non dovrebbe mai essere una violenza nei confronti delle nostre emozioni.
Alla fine, lasciare andare qualcosa non significa dire “non ha più valore”. Può significare semplicemente: “ha avuto un valore nella mia vita, e proprio per questo scelgo consapevolmente che cosa voglio farne adesso.”
5. Esiste un legame tra disordine fisico e carico mentale? Nella sua esperienza, cosa cambia davvero nella quotidianità di una persona quando riesce a organizzare meglio i propri spazi?
Credo che ci sia un legame, anche se non penso si possa affermare in modo così diretto che una casa disordinata sia necessariamente il riflesso di una persona stressata. Ognuno vive gli spazi in modo diverso. Quello che posso raccontare è ciò che vedo accadere alle persone con cui lavoro.
Quando una persona sente che la propria casa è continuamente da sistemare, che non trova ciò di cui ha bisogno o che gli oggetti hanno ormai preso il sopravvento sugli spazi, può arrivare a percepire la casa stessa come un ulteriore impegno da gestire. E questo, nel tempo, può togliere energie anche ad altro.
Una delle trasformazioni che noto più spesso riguarda proprio la cura di sé. Quando gli spazi diventano più semplici da gestire, alcune persone iniziano a dedicare più attenzione a se stesse, alla propria persona e a ciò che avevano progressivamente messo in secondo piano.
E poi c’è un aspetto sociale che mi colpisce molto. Alcune clienti mi raccontano di sentirsi meno a disagio nell’invitare qualcuno a casa. Prima magari evitavano di farlo per imbarazzo o perché sentivano che la casa non era mai abbastanza in ordine; dopo il percorso tornano a vivere quello spazio anche come luogo di incontro.
In alcuni casi vedo anche una maggiore voglia di uscire, di coltivare la propria vita sociale, di sentirsi meno chiuse rispetto all’esterno.
Per questo penso che l’organizzazione abbia valore soprattutto quando produce un effetto che va oltre l’armadio o il cassetto. Se una casa più funzionale ti permette di avere più tempo ed energie per prenderti cura di te, vedere gli amici, invitare qualcuno a cena o semplicemente fare qualcosa che desideri, allora l’organizzazione ha raggiunto il suo vero scopo.
La casa non dovrebbe diventare il centro della nostra vita da gestire continuamente. Dovrebbe essere la base da cui partire per viverla.
6. Il metodo KonMari® è spesso associato alla famosa domanda “Does it spark joy?”. Ma cosa significa davvero scegliere cosa tenere e cosa lasciare andare? È possibile applicare questo principio anche senza trasformare il decluttering in un’impresa enorme?
“Does it spark joy?” viene spesso tradotto con “ti dà gioia?”, ma più sottilmente significa prestare attenzione a quello che succede quando prendiamo un oggetto in mano, senza limitarci a valutarlo razionalmente.
Ci sono oggetti che appena li tocchiamo ci trasmettono felicità, ci emozionano o ci collegano immediatamente a qualcosa di positivo. Magari è un vestito che ci fa sentire bene quando lo indossiamo, una fotografia che ci porta un sorriso, oppure un oggetto che ci ricorda una persona o un momento che amiamo.
Ma può succedere anche il contrario. Prendiamo in mano qualcosa e sentiamo immediatamente un’emozione diversa: un ricordo spiacevole, una sensazione di obbligo, il peso di qualcosa che continuiamo a conservare solo perché “dovremmo”.
Concentrarsi sulla sensazione che ci dà un oggetto può aiutare a creare una distinzione molto più autentica tra ciò che desideriamo davvero avere intorno e ciò che invece conserviamo per abitudine, senso di colpa o perché ci sembra uno spreco lasciarlo andare.
E questo non significa affatto che ogni cosa debba necessariamente farci saltare di gioia. Ci sono oggetti molto semplici, magari quotidiani, che non ci emozionano particolarmente ma che amiamo perché sono utili, perché rendono più facile la nostra vita o semplicemente perché siamo felici di averli.
Il punto è diventare consapevoli del nostro rapporto con ciò che possediamo.
E non credo che applicare questo principio significhi dover passare settimane chiusi in casa a fare decluttering. Si può iniziare anche con una piccola categoria ma soprattutto con il giusto atteggiamento: non chiedersi “di cosa posso liberarmi?”, ma “che cosa voglio scegliere per la mia vita?”
Quando partiamo da ciò che amiamo e desideriamo, ciò che non ci appartiene più diventa spesso molto più facile da riconoscere.

7. Se una donna ci sta leggendo e sente di essere completamente sommersa dalle cose, da dove dovrebbe cominciare? Quali sono i primi tre passi concreti che consiglierebbe per iniziare senza sentirsi sopraffatta?
Il primo passo è non cominciare dagli oggetti, ma da se stessa. Prima di aprire armadi e cassetti, le chiederei di fermarsi e immaginare come vorrebbe sentirsi nella propria casa. Che cosa vorrebbe riuscire a fare più facilmente? Che cosa desidera vedere intorno a sé? Quale vita vorrebbe che i suoi spazi sostenessero?
Il secondo passo è scegliere un punto di partenza piccolo e preciso. Quando ci sentiamo sommersi, guardare tutta la casa contemporaneamente aumenta soltanto la sensazione di non sapere da dove cominciare. Meglio scegliere una categoria o uno spazio circoscritto e concentrarsi completamente su quello.
Il terzo è arrivare fino in fondo prima di passare al successivo. Vedere un risultato concreto dà fiducia e permette di capire che cosa funziona davvero per noi. A quel punto possiamo affrontare il passo successivo con maggiore consapevolezza, invece di avere dieci spazi iniziati e nessuno realmente concluso.
E soprattutto non cercherei di fare tutto in un weekend. Il decluttering non è una prova di resistenza. La domanda non dovrebbe essere “quanto riesco a eliminare?”, ma “quanto posso avvicinarmi alla casa che desidero?”
8. C’è un errore che vede ripetersi molto spesso quando le persone cercano di fare ordine da sole? E qual è invece un approccio che sembra semplice ma funziona davvero?
Un errore molto frequente è comprare immediatamente organizers, scatole e contenitori pensando che siano loro a creare l’ordine.
In realtà i contenitori sono l’ultima cosa. Prima dobbiamo capire che cosa vogliamo tenere e che cosa deve davvero rimanere nei nostri spazi. Altrimenti rischiamo semplicemente di organizzare meglio un insieme di cose che non ci servono.
L’altro errore è voler affrontare tutto contemporaneamente. Si comincia dall’armadio, poi si passa ai documenti, poi alla cucina, poi ai ricordi… e dopo qualche ora ci si ritrova con tutta la casa ancora più sottosopra.
Io consiglio invece di partire da un piccolo spazio, iniziare e finirlo completamente prima di passare a quello successivo. Può sembrare un approccio poco ambizioso ma permette di vedere un risultato reale e di costruire progressivamente un sistema che funzioni.
E c’è una differenza importante tra mettere ordine e organizzare. Mettere ordine significa spesso spostare le cose in modo che tutto sembri più sistemato. Organizzare significa invece decidere dove e perché ogni cosa deve stare, in modo che sia facile anche mantenere quella situazione nel tempo.
9. Il decluttering può diventare anche un’occasione per capire meglio come siamo cambiate? Ci sono oggetti che conserviamo perché appartengono a una versione passata di noi e che magari non rappresentano più la nostra vita attuale?
Assolutamente sì. Credo che sia uno degli aspetti più profondi del decluttering: mentre scegliamo cosa tenere, ci troviamo inevitabilmente a confrontarci con chi siamo oggi e con le persone che siamo state.
Per me questo è stato particolarmente evidente con i vestiti. Sono sempre stati la massima espressione della mia personalità: un colore particolare, un bottone, un volant, un dettaglio che magari per qualcun altro sarebbe insignificante, per me poteva raccontare qualcosa di me. In ogni capo sentivo che c’era una parte della mia personalità.
Poi, però, con il tempo sono cambiata. È cambiato il mio stile, sono cambiate le mie esigenze ed è cambiato anche il mio corpo. E rendermi conto che alcuni di quei vestiti che avevano rappresentato così bene una parte di me non potevano più accompagnarmi è stato difficile.
Durante il mio percorso ho capito però che non dovevo necessariamente trasformare quel distacco in una perdita. Ho iniziato così a organizzare delle domeniche pomeriggio di scambio di vestiti con le mie amiche. Ognuna portava qualcosa che non utilizzava più e poteva trovare qualcosa che sentiva più vicino a sé.
Per me è stato un modo molto bello di affrontare quel passaggio. Vedere un’amica indossare qualcosa che era stato mio, magari proprio un capo a cui ero stata molto affezionata, mi ha permesso di guardare quegli oggetti con occhi diversi. Non erano più qualcosa che dovevo conservare a tutti i costi per ricordare chi ero stata.
E questo mi ha fatto capire una cosa che oggi considero importante anche nel mio lavoro: non dobbiamo avere paura di riconoscere che siamo cambiate.
A volte teniamo un oggetto perché rappresenta una versione di noi che abbiamo amato, oppure perché pensiamo che prima o poi torneremo a essere quella persona. Ma possiamo anche scegliere di guardare avanti e lasciare che ciò che ci appartiene oggi abbia più spazio.
Il decluttering, in questo senso, può essere quasi un piccolo esercizio di identità: ci aiuta a fare pace con le versioni passate di noi senza doverle necessariamente conservare tutte dentro gli armadi.
10. Per concludere: se dovesse lasciare alle lettrici di PinkSociety una sola regola per vivere con meno cose e più tempo, quale sarebbe? E magari anche una piccola sfida pratica da provare già questa settimana…
Se dovessi lasciare alle lettrici una sola regola, sarebbe questa: non concentratevi su ciò che volete eliminare, ma su ciò che desiderate avere nella vostra vita.
Quando pensiamo al decluttering come a una lista di cose da buttare, è facile viverlo come una rinuncia. Se invece iniziamo a immaginare come vorremmo vivere e da cosa vorremmo essere circondate, il processo cambia completamente.
Credo che abbiamo bisogno di immaginare una sorta di lieto fine per trovare lo stimolo a cambiare. Abbiamo bisogno di vedere, almeno mentalmente, come potrebbe essere la nostra vita dopo quel cambiamento: più semplice, più coerente con noi, più vicina a ciò che desideriamo.
Per questo la piccola sfida che proporrei alle lettrici è molto semplice e non richiede di eliminare nulla: scegliete cinque oggetti che possedete e che amate davvero.
Prendeteli in mano e chiedetevi: perché sono felice di avere proprio questo? Che cosa mi piace? Che cosa racconta di me? In che modo entra nella mia vita?
Poi provate a osservare che cosa hanno in comune queste cinque cose. Potreste scoprire che hanno un certo colore, una forma, una storia, una funzione o semplicemente che vi fanno sentire in un determinato modo.
Non è un esercizio per decidere che cosa eliminare. È un modo per iniziare a riconoscere che cosa significa per noi scegliere.
Perché quando diventiamo consapevoli di ciò che amiamo davvero, diventa molto più facile anche capire che cosa non ci serve più.
E forse è proprio questo il punto: vivere con meno cose non significa privarsi. Significa fare spazio, con intenzione, alla vita che desideriamo.
💗Se volete saperne di più, vi invitiamo a visitare il profilo Instagram di Sabrina: https://www.instagram.com/teate_professional_organizer/

Sono una blogger e mamma ossessionata (in senso buono) dall’organizzazione e dal decluttering, schietta, che trova un buon motivo per ridere ogni giorno e che ama le serie poliziesche.
Vivo a pochi minuti da una grande città del nord Italia e il mio balcone (così dicono) somiglia ad una giungla tropicale



