Il corpo non è più per sempre

Dai tatuaggi che cambiano forma ai volti trasformati dai grandi dimagrimenti, semaglutide e tirzepatide sono uscite dagli ambulatori di diabetologi ed endocrinologi per entrare nella conversazione quotidiana. Farmaci nati per curare, diventati anche fenomeno sociale. E insieme al peso sta cambiando qualcosa di più difficile da misurare: il nostro rapporto con il corpo.
Un tatuaggio è per sempre, si diceva.
Non era proprio vero neanche prima. Esistevano già i laser, i pentimenti, i nomi degli ex da cancellare, i disegni scelti a vent’anni che a quaranta non raccontavano più la stessa persona. Però almeno il corpo sul quale quel tatuaggio era stato pensato sembrava avere una certa continuità.
Oggi anche questa certezza è meno solida.
Si ingrassa, si dimagrisce, si interviene. E soprattutto si può perdere molto peso in tempi che fino a pochi anni fa, senza chirurgia bariatrica, erano difficili da immaginare. Una farfalla tatuata su una coscia può ritrovarsi su una gamba molto più sottile. Un grande disegno sull’addome cambia proporzioni. La pelle si rilassa, i volumi si modificano e il tatuaggio, inevitabilmente, segue quello che succede sotto.
Non è un effetto collaterale di Ozempic. Sarebbe sbagliato raccontarlo così.
È piuttosto uno dei segni visibili di una trasformazione molto più grande.
Quando il farmaco entra nella vita quotidiana
Per anni i nomi dei farmaci contro il diabete appartenevano soprattutto ai pazienti che li assumevano e ai medici che li prescrivevano. Oggi Ozempic lo conoscono praticamente tutti. Anche chi non saprebbe spiegare che cosa faccia un agonista del GLP-1 sa a cosa viene associato: dimagrire.
È successo molto rapidamente.
La semaglutide non nasce come trattamento estetico. Ozempic è autorizzato per il diabete di tipo 2; la stessa molecola viene utilizzata, con un’altra formulazione e indicazione, in Wegovy per la gestione dell’obesità e del sovrappeso associato a problemi di salute. Nell’Unione Europea Wegovy può essere prescritto negli adulti con un BMI pari o superiore a 30, oppure a partire da 27 quando siano presenti condizioni correlate al peso.
Poi è arrivata la tirzepatide, principio attivo di Mounjaro. In questo caso i bersagli sono due, GIP e GLP-1, e il farmaco è autorizzato in Europa sia per il diabete di tipo 2 sia, secondo precisi criteri clinici, per la gestione del peso.
La storia non si è fermata. Negli Stati Uniti nell’aprile 2026 è stato approvato orforglipron, un agonista del GLP-1 assunto per bocca, per il trattamento dell’obesità o del sovrappeso associato ad almeno una comorbidità.
E dietro ci sono già altre molecole in sviluppo, compresi farmaci capaci di agire contemporaneamente su più vie metaboliche.
Non sembra quindi una moda farmacologica destinata a esaurirsi. È molto più probabile che stiamo assistendo all’inizio di una nuova fase nella cura dell’obesità.
Solo che, nel frattempo, la medicina è uscita dalla medicina.
Prima arrivano i complimenti
La scena ormai è familiare. Si incontra qualcuno che non si vedeva da qualche mese e lo si trova molto dimagrito.
«Come stai bene».
«Sei irriconoscibile».
«Ma come hai fatto?».
Sempre più spesso nella risposta compare il nome di un farmaco.
Non c’è nulla di sorprendente, né necessariamente qualcosa di sbagliato. L’obesità è una malattia cronica associata a numerose complicanze e trattarla può significare ridurre un rischio reale per la salute, non semplicemente entrare in una taglia più piccola.
Il problema nasce quando una terapia medica potente viene percepita come la versione moderna della dieta prima dell’estate.
Perdere venti o trenta chili significa cambiare corpo. Non solo cambiare numero sulla bilancia.
Nel grande dimagrimento non si perde esclusivamente tessuto adiposo. Una quota di massa magra viene persa inevitabilmente, come accade anche con altri percorsi di perdita di peso. È uno dei motivi per cui l’alimentazione adeguata, l’apporto proteico e soprattutto l’attività fisica e il lavoro sulla forza muscolare continuano ad avere un ruolo importante durante il trattamento.
L’iniezione settimanale non sostituisce tutto il resto.
Il volto che arriva dopo
Poi c’è il viso.
“Ozempic face” è diventata un’espressione da social e da rotocalco: guance scavate, zigomi più evidenti, solchi che sembrano comparire all’improvviso, pelle meno sostenuta.
Non è una nuova malattia e non c’è motivo di pensare che la semaglutide abbia un effetto misteriosamente selettivo sul volto. Quando si perde molto tessuto adiposo, se ne perde anche nei compartimenti facciali. La cute, inoltre, non sempre riesce ad adattarsi alla stessa velocità con cui diminuisce il volume sottostante. L’età, la genetica, la quantità di peso perso e l’elasticità della pelle fanno il resto.
È qualcosa che i chirurghi plastici conoscono da molto prima dell’arrivo dei GLP-1, per esempio nei pazienti che hanno avuto grandi dimagrimenti dopo chirurgia bariatrica.
La differenza è che oggi lo vediamo molto più spesso.
E forse ci colpisce perché il volto obbedisce a regole diverse rispetto alla bilancia. Una persona può desiderare ardentemente di perdere peso senza avere alcun desiderio di perdere le guance.
Il corpo, del resto, non sa quali parti di noi vorremmo conservare.
Farmaci potenti, non cosmetici
Gli agonisti del GLP-1 hanno effetti indesiderati ben conosciuti, soprattutto gastrointestinali: nausea, vomito, diarrea, stipsi. Hanno controindicazioni, precauzioni e indicazioni precise. Devono essere prescritti e seguiti da un medico.
Non sono però farmaci da demonizzare proprio mentre stanno cambiando in modo sostanziale il trattamento dell’obesità.
Semmai, il problema è il contrario: considerarli talmente familiari da dimenticare che continuano a essere farmaci.
L’EMA lo ha ricordato esplicitamente già parlando dell’uso improprio dei GLP-1 per dimagrimenti puramente cosmetici nelle persone che non rientrano nelle indicazioni cliniche.
Anche alcuni rischi più rari meritano di essere conosciuti senza trasformarsi in allarmi.
Nel 2025 il comitato di farmacovigilanza dell’EMA ha concluso che la NAION, la neuropatia ottica ischemica anteriore non arteritica, deve essere considerata un effetto indesiderato molto raro della semaglutide. Può provocare perdita della vista e la frequenza indicata è fino a un caso ogni 10.000 persone trattate. Gli studi epidemiologici valutati dall’agenzia suggerivano un aumento del rischio relativo, ma si parla comunque di un evento raro in termini assoluti.
Dire che questo rischio non esiste sarebbe sbagliato.
Dire che “Ozempic fa perdere la vista” lo sarebbe altrettanto.
E sulla pelle resta tutto
I tatuaggi ci riportano al punto di partenza.
Non esiste, almeno al momento, una letteratura scientifica consistente sui “tatuaggi rovinati dai GLP-1” intesi come effetto specifico di questi farmaci.
Esiste però una cosa molto più semplice: un tatuaggio vive sulla pelle e la pelle vive su un corpo.
Se cambia molto il volume di una coscia, di un braccio, di un fianco o dell’addome, può cambiare anche la geometria del disegno che vi è stato realizzato sopra. Non succede necessariamente e non avviene nello stesso modo per tutti. Dipende dalla sede, dalla quantità di peso perso, dalle dimensioni del tatuaggio, dalla qualità della pelle.
Ma il fenomeno non ha nulla di misterioso.
Solo che oggi può riguardare persone che in un tempo relativamente breve si ritrovano ad abitare un corpo molto diverso da quello sul quale avevano scelto quel disegno.
E allora capita che il tatuaggio non piaccia più. Oppure che non sembri più lo stesso.
A quel punto interviene un’altra tecnologia ormai entrata nell’ordinario: il laser.
Cancelliamo ciò che avevamo scelto come permanente mentre cambiamo, con mezzi che fino a poco tempo fa non avevamo, ciò che pensavamo fosse molto più difficile modificare.
Il corpo non è più per sempre
Forse è questo il punto.
Per molto tempo abbiamo pensato al corpo come a qualcosa che potevamo cambiare, certo, ma entro limiti abbastanza prevedibili. Dieta, palestra, capelli, trucco. Poi chirurgia estetica, botulino, filler, laser.
Ora quei limiti si stanno spostando ancora.
Possiamo perdere quantità di peso che un tempo, nella maggior parte dei casi, erano raggiungibili soltanto con percorsi molto più difficili o con la chirurgia bariatrica. Possiamo intervenire sul volto se il dimagrimento lo ha svuotato troppo. Possiamo togliere pelle in eccesso. Possiamo cancellare un tatuaggio e magari rifarlo sul corpo nuovo.
Ogni cambiamento porta con sé anche qualcosa che non avevamo previsto.
Dimagriamo e ci sorprende il viso. Il corpo cambia e la pelle non sempre lo segue. Quel tatuaggio che sembrava perfetto non cade più nello stesso punto, non ha più le stesse proporzioni. E si ricomincia.
Non è necessariamente vanità. Spesso è il tentativo molto umano di far coincidere quello che vediamo nello specchio con l’immagine che abbiamo di noi.
Nel frattempo, una terapia nata per affrontare una malattia complessa è entrata in una dimensione che non appartiene più soltanto alla medicina. Ci sono i prima e dopo sui social, i corpi osservati, i complimenti, le celebrità di cui si cerca di capire se “lo fanno”, i volti scrutati alla ricerca di un segno, persone senza obesità che iniziano a domandarsi se potrebbero utilizzarla per perdere cinque o dieci chili.
Ed è probabilmente questo il passaggio culturale più interessante. Il farmaco continua a fare il suo mestiere. Siamo noi ad avergli costruito intorno un immaginario.
E in quell’immaginario perfino un tatuaggio che cambia forma finisce per raccontare qualcosa di noi.
Pensavamo che almeno alcune cose fossero per sempre.
Forse era il “per sempre” a essere diventato un concetto un po’ troppo ambizioso.

Direttore di Pink Society
Direttore scientifico di Pianeta Salute 2.0 trasmissione TV, biologa, giornalista pubblicista, avida lettrice, amante del cinema e delle maratone TV, ha l’animo della viaggiatrice e spera di poter tornare a farlo presto in serenità ♥
