Quando una ragazza sogna il colore: Gli anni in bianco e nero di Francesca Giannone
Nel Salento degli anni Sessanta, quattro sorelle crescono dentro una famiglia in cui le regole sembrano già stabilire quale posto debba occupare una donna. Ma Mimì ha un sogno diverso: il cinema, una macchina da presa, la possibilità di guardare la realtà da un’altra prospettiva. In Gli anni in bianco e nero, Francesca Giannone racconta attraverso la sua voce una storia di sorellanza, desideri e libertà, ricordandoci che per cambiare vita, a volte, bisogna prima riuscire a immaginarla diversa.
Care le mie lettrici di PinkSociety.it,
questa settimana vi porto nel Salento degli anni Sessanta, dentro una sartoria di famiglia dove il tempo sembra scorrere al ritmo dell’ago e del filo. Fuori, l’Italia comincia a cambiare: arrivano il boom economico, il cinema, nuovi desideri, nuove possibilità. Dentro casa, però, per molte donne il futuro resta ancora una stanza chiusa a chiave.
Il libro che ho scelto per voi è Gli anni in bianco e nero di Francesca Giannone, pubblicato da Editrice Nord. È il terzo romanzo dell’autrice dopo La portalettere e Domani, domani, ed è uscito il 26 maggio 2026. La storia è ambientata nella sartoria della famiglia Elia, in un Salento in cui le donne devono ancora “restare al loro posto”, mentre una bambina, Mimì, sogna di fare il cinema.
E già qui, care mie, il romanzo ci prende per mano.
Perché una bambina che sogna il cinema in una famiglia dove il padre teme la libertà delle figlie non è soltanto una bambina fantasiosa. È una piccola rivoluzione. Mimì non vuole solo guardare il mondo: vuole inquadrarlo. Vuole scegliere dove mettere la luce. Vuole decidere quale storia merita di essere raccontata.
E questo, per una donna, è sempre stato un gesto enorme.
La sartoria è un luogo meraviglioso per raccontare le donne. Da una parte ci sono le stoffe, gli abiti, le misure, il lavoro delle mani. Dall’altra ci sono i corpi femminili che la società vorrebbe misurare, stringere, aggiustare. Quante volte alle donne è stato fatto questo? Un po’ meno ambizione qui, un po’ più obbedienza là, accorciamo quel desiderio, allarghiamo il senso del dovere, stringiamo la libertà perché “la gente parla”.
E invece Mimì guarda oltre.
Lei osserva le sorelle, il padre, la casa, il paese, le regole non scritte. Osserva tutto con quegli occhi che hanno i bambini quando ancora non sanno dare un nome alle ingiustizie, ma le sentono benissimo. Perché i bambini, nei romanzi come nella vita, vedono ciò che gli adulti credono di nascondere.
Il titolo, Gli anni in bianco e nero, è perfetto. Da un lato richiama il cinema, le fotografie di famiglia, un’Italia che oggi ci appare lontana eppure ancora vicinissima. Dall’altro racconta un modo di vivere fatto di alternative rigide: brava ragazza o ragazza perduta, famiglia o libertà, obbedienza o scandalo.
Ma la vita delle donne, lo sappiamo, non è mai stata davvero in bianco e nero.
È fatta di sfumature. Di grigi, rossi, azzurri, colori trattenuti, colori proibiti, colori sognati. È fatta di desideri che non sempre possono essere dichiarati, ma che continuano a respirare sottovoce.
Francesca Giannone torna qui a un territorio narrativo che le appartiene: il Sud, la famiglia, le donne, i cambiamenti sociali che entrano nelle case prima ancora che nei libri di storia. E lo fa con una storia di formazione ed emancipazione che parla di sogni, sorelle e libertà. Diverse schede editoriali descrivono il romanzo come una storia di donne, desideri e libertà, in cui ogni cambiamento nasce dal coraggio di guardare oltre e immaginare la propria vita “a colori”.
Ecco, questa secondo me è la chiave: immaginare la propria vita a colori.
Prima di cambiare, bisogna riuscire a immaginarsi diverse. Prima di partire, bisogna vedersi altrove. Prima di disobbedire, bisogna intuire che esiste un’altra possibilità. Mimì fa proprio questo: guarda la realtà che le è stata consegnata e, invece di accettarla come destino, comincia a trasformarla in racconto.
Non è poco. Anzi.
Perché raccontare significa non essere più soltanto personaggio nella storia degli altri. Significa diventare, almeno un po’, autrice della propria.
E quante donne prima di noi non hanno potuto farlo? Quante hanno vissuto una vita intera dentro un copione già scritto? Figlie educate a non disturbare, sorelle divise tra affetto e rivalità, madri costrette a tacere per proteggere una pace domestica che spesso somigliava più a una prigione.
In questo romanzo, la famiglia non è solo rifugio. È anche confine. È il luogo dove si impara ad amare, certo, ma anche il luogo dove spesso si impara ad avere paura di desiderare troppo.
Eppure le sorelle, in una casa così, possono diventare una piccola forma di resistenza. Non una sorellanza perfetta, patinata, da frase motivazionale. No, quella lasciamola pure alle cartoline. La sorellanza vera è più complicata: fatta di gelosie, silenzi, protezioni, ferite, sguardi che capiscono tutto anche quando non dicono niente.
Le sorelle sanno da dove veniamo.
Sanno chi eravamo prima di diventare adulte.
Sanno quali sogni abbiamo nascosto per non farli giudicare.
E forse proprio per questo, in un romanzo come questo, diventano fondamentali.
Gli anni in bianco e nero ci parla di un’Italia che non c’è più, ma anche di qualcosa che non è scomparso del tutto. Oggi molte ragazze possono studiare, partire, scegliere, lavorare, amare con più libertà. Ma quella vocina antica, quella che dice “non esagerare”, “non esporti”, “non far parlare”, “non chiedere troppo”, non è morta. Ha solo cambiato tono.
Ecco perché questo libro può parlare alle lettrici di PinkSociety.it. Perché dietro la storia di Mimì c’è una domanda che riguarda tutte: quali colori ci siamo permesse, e quali abbiamo ancora paura di indossare?
Leggetelo per la sartoria, per il Salento, per le sorelle, per quel sogno di cinema che attraversa le pagine come una finestra spalancata. Leggetelo pensando alle fotografie in bianco e nero delle donne della vostra famiglia: nonne, madri, zie, ragazze serie davanti all’obiettivo, con un mondo intero dietro gli occhi.
Chissà quanti colori avevano dentro.
Chissà quanti non hanno potuto mostrarci.
Chissà quanti, oggi, tocca a noi portare fuori dall’inquadratura.
Perché forse crescere significa proprio questo: smettere di vivere nella versione che gli altri trovano più comoda e cominciare, finalmente, a sviluppare la propria pellicola.
E se il bianco e nero ha avuto la sua eleganza, il colore ha una promessa più grande: quella di una vita che non chiede più permesso per farsi vedere.
Un abbraccio,
al prossimo libro
la vostra Ursula
=per acquistare Gli anni in bianco e nero di Francesca Giannone clicca qui=

Leggo libri, vedo gente, faccio cose.
Non credo nell’oroscopo ma lo leggo tutti i giorni.





