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Le ali delle donne che non si arrendono: Le ali in una stanza di Milena Palminteri

Le ali in una stanza di Milena Palminteri recensione

Palermo, 1914. Una città che sogna la modernità, un albergo destinato a diventare un simbolo di eleganza e una donna che desidera qualcosa di molto più difficile da conquistare: la libertà di scegliere la propria vita. In Le ali in una stanza, Milena Palminteri intreccia vicende familiari, grandi eventi storici e destini femminili, raccontando una società in trasformazione attraverso la storia di Irene e della famiglia Jacona. Un romanzo intenso, ambientato in una Palermo affascinante e contraddittoria, che invita a riflettere sull’amore, sul possesso e sul diritto di ogni donna a non rinunciare a se stessa.

Care le mie lettrici di PinkSociety.it,

questa settimana vi porto a Palermo. Ma non in una Palermo qualsiasi. Vi porto in una città che, all’inizio del Novecento, sembra voler sfidare il futuro a colpi di bellezza, di palazzi Liberty, di giardini sospesi tra cielo e mare.

Una città che sogna in grande, proprio come i protagonisti del romanzo che ho scelto per voi: Le ali in una stanza di Milena Palminteri, pubblicato da Bompiani.

E ditemi voi se non è già meraviglioso questo titolo.

Perché le ali, care mie, evocano libertà, movimento, possibilità. Ma una stanza? Una stanza ha pareti, porte, confini. Come si fa a volare dentro una stanza?

Ecco, secondo me, la domanda più bella del romanzo.

Siamo nella Palermo del 1914. Giulio Jacona, giovane e brillante architetto, ha un sogno: trasformare l’albergo Kemonia, ereditato dal padre, in un luogo straordinario, capace di rappresentare la modernità e l’eleganza della sua città.

Accanto a lui c’è Irene Scordato, una donna che porta dentro un desiderio altrettanto grande, ma molto meno semplice da realizzare: quello di essere libera.

Sulla terrazza dell’albergo nascerà un giardino pensile, popolato da uccelli multicolori. E io trovo che questa sia un’immagine bellissima. Quegli uccelli, con la loro possibilità di spiccare il volo, sembrano rappresentare tutto ciò che Irene desidera e che la società del suo tempo continua a negarle.

Perché, care lettrici, gli uomini potevano costruire palazzi, immaginare imprese, progettare il futuro. Alle donne, troppo spesso, veniva chiesto soprattutto di abitarlo, quel futuro. E possibilmente senza fare troppe domande.

Ma la vita, si sa, non rispetta mai completamente i nostri progetti.

Arriva la Prima guerra mondiale. Arrivano le difficoltà, la malattia, le prove familiari. Poi una seconda guerra, le ferite della ricostruzione e l’ombra della mafia che comincia a divorare una parte della bellezza di Palermo.

E mentre la città cambia, cambia anche la famiglia Jacona.

Il rapporto tra Giulio e Irene attraversa trasformazioni dolorose. L’uomo che sembrava incarnare la modernità finisce per mostrare anche i limiti di una mentalità antica, quella che concede agli uomini il diritto di scegliere e alle donne il dovere di adattarsi.

E qui, care mie, il romanzo diventa tremendamente attuale.

Perché non basta amare una donna per volerla davvero libera.

Pensateci.

Quante volte l’amore viene confuso con il possesso? Quante volte un uomo ammira l’intelligenza e l’indipendenza di una donna finché non interferiscono con i suoi desideri? Quante volte una relazione comincia come una promessa di felicità e finisce per diventare una stanza sempre più stretta?

Irene ci ricorda che la libertà femminile non consiste soltanto nel poter scegliere chi amare. Consiste anche nel continuare a esistere come persona dopo aver scelto.

E non è poco.

Per fortuna, nella vita di Irene c’è anche Ninì, sua sorella, una presenza fondamentale. Ed è proprio questo legame femminile a offrire una delle chiavi di lettura più preziose del romanzo.

Perché le donne, quando il mondo prova a ridurle al silenzio, spesso imparano a riconoscersi tra loro.

Non sempre si salvano. Non sempre possono cambiare le circostanze. Ma possono esserci. Possono ascoltare. Possono diventare quella voce che ci ricorda chi siamo quando la vita sembra volerci trasformare soltanto in mogli, madri, figure di servizio.

Milena Palminteri ha una capacità narrativa che avevamo già incontrato in Come l’arancio amaro: sa intrecciare la grande Storia con le vite private, facendo entrare gli avvenimenti nelle case, nei matrimoni, nei rapporti tra genitori e figli.

E Palermo non è semplicemente uno sfondo.

È quasi una protagonista.

Una città bellissima, contraddittoria, ferita. Una città che conosce lo splendore e la decadenza, l’ambizione e la sopraffazione. Proprio come le persone che la abitano.

Mi colpisce soprattutto il parallelo tra la trasformazione della città e quella delle donne del romanzo. Entrambe cercano di difendere la propria bellezza e la propria identità davanti a forze che vorrebbero impossessarsene.

Ed è qui che il libro ci consegna una domanda importante: che cosa significa custodire la bellezza quando tutto intorno sembra volerla distruggere?

Non parlo soltanto della bellezza di un edificio, di una città o di un giardino.

Parlo della bellezza di una vita scelta liberamente.

Della dignità che conserviamo quando qualcuno vorrebbe decidere per noi.

Della capacità di ricominciare, anche quando il futuro non somiglia più a quello che avevamo immaginato.

E allora quelle ali del titolo acquistano un significato ancora più profondo.

Perché forse non tutte possiamo volare lontano. Non tutte possiamo partire, cambiare città, rivoluzionare la nostra esistenza. A volte abbiamo responsabilità, legami, paure, circostanze che ci trattengono.

Ma questo non significa che dobbiamo rinunciare a noi stesse.

A volte il primo volo avviene dentro.

Quando smettiamo di sentirci colpevoli per un desiderio.

Quando impariamo a dire no.

Quando comprendiamo che amare qualcuno non significa consegnargli la nostra libertà.

Quando finalmente ci permettiamo di immaginare una vita diversa.

Vi consiglio Le ali in una stanza perché è un romanzo di sentimenti, memoria e coraggio. Perché racconta una Palermo affascinante e tormentata. Perché ci regala personaggi complessi, che non possiamo dividere troppo facilmente in buoni e cattivi.

E soprattutto perché ci parla delle donne e di quella loro ostinazione meravigliosa nel cercare uno spazio in cui essere se stesse.

Leggetelo pensando alle vostre madri, alle vostre nonne, alle donne che hanno vissuto prima di noi.

A quelle che hanno avuto grandi sogni ma piccole possibilità.

A quelle che hanno amato senza essere comprese.

A quelle che hanno imparato a custodire un desiderio come si custodisce un uccellino ferito, aspettando il momento di lasciarlo finalmente volare.

E poi pensate a voi.

Alle vostre stanze.

Alle porte che avete aperto.

A quelle che ancora non avete il coraggio di attraversare.

Perché, care mie, forse la libertà comincia proprio così: nel momento in cui capiamo che avere una stanza non significa doverci trascorrere tutta la vita.

E che certe ali, anche quando nessuno le vede, continuano ostinatamente a crescere.

Un abbraccio,
al prossimo libro
la vostra Ursula