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Il segreto di Dolly e il coraggio di ascoltare il proprio corpo

Il segreto di Dolly e il coraggio di ascoltare il proprio corpo

La scomparsa di una persona famosa può farci porre domande che vanno ben oltre la cronaca. In questa riflessione personale, Monica Di Leandro parte dalla storia di Dolly Parton e da ciò che scegliamo di mostrare o nascondere della nostra salute per parlare di una cosa semplice, ma spesso difficile: ascoltare il proprio corpo.
Perché rimandiamo una visita? Perché tendiamo a minimizzare un sintomo o una stanchezza che non riconosciamo? E quando arriva il momento di smettere di dirci che “va tutto bene” e iniziare davvero ad ascoltarci?

Lo ammetto, oggi mi spoglio per un attimo dal camice rigido della biologa e dal ruolo istituzionale di direttore di testata. Vi parlo con la pancia, con il cuore e con quell’urgenza viscerale che mi accompagna ogni volta che si parla di vita, di corpo e di salute.

Quando ho saputo della scomparsa di Dolly Parton a 80 anni, e ho scoperto che se n’è andata per un cancro tenuto rigorosamente nascosto fino all’ultimo respiro, dentro di me si è scatenata una tempesta. Dispiacere, incredulità. Fino a quattro giorni prima diceva di stare benissimo, parlava di nuovi musical, scherzava, rassicurava…

Da una parte capisco il desiderio sacro di proteggere la propria intimità dal voyeurismo dei media e dalla pietà altrui. Ma dall’altra, da donna che dedica ogni giorno della sua vita a urlare l’importanza della prevenzione, una voce dentro di me grida: perché?

Lo confesso: quando una persona muore, io voglio sapere di cosa è morta. Non è morbosa curiosità. È un istinto di sopravvivenza, un gesto di attenzione, un riflesso d’amore verso me stessa e verso le persone a cui tengo. Se so che qualcuno è scomparso per un melanoma, prendo subito il telefono e ricordo ai miei familiari di prenotare la mappatura dei nei. Se sento parlare di tumore all’ovaio, penso subito di ricordare alle mie amiche di accedere allo screening ginecologico. Dare un nome alla malattia significa accendere un riflettore nel buio. Significa trasformare una tragedia in un’opportunità di salvezza per chi resta.

Ecco perché fingere che vada sempre tutto bene mi fa paura. Mi fa paura esattamente come quando la principessa Kate usciva dalla clinica a poche ore dal parto con cesareo, impeccabile, truccata, sui tacchi, sorridente davanti ai paparazzi. Quella perfezione ostentata a tutti i costi non fa bene a nessuno. Rischia di farci sentire inadeguate quando crolliamo e, soprattutto, toglie la spinta a guardarci dentro con onestà.

Quante volte rimandiamo un controllo? Quante volte conviviamo con un segnale anomalo – una tosse che non passa, un dolore sordo, una stanchezza mai avuta prima  – dicendoci «non è niente, sto bene, devo lavorare»?

Eppure il corpo ci parla costantemente. Non dobbiamo aspettare che sia un’icona famosa a darci il permesso di stare male o di andare dal medico. Dobbiamo pretendere da noi stesse il coraggio di ascoltarci.

Dolly Parton ha fatto del bene immenso donando milioni alla ricerca e alle cure pediatriche. Ha scelto di andarsene in silenzio, ed è un suo diritto. Ma noi che siamo qui, oggi, non restiamo in silenzio di fronte ai segnali del nostro corpo. Se c’è una visita che state rimandando da mesi, prendete quel telefono in mano, adesso. La prevenzione non è un dovere astratto: è il più grande atto d’amore e di libertà che possiamo concederci.

E come diceva sempre Dolly: «Trova chi sei e fallo di proposito». Anche quando significa fermarsi, ascoltarsi e scegliere di mettersi al primo posto.