Pink Society

Magazine per la crescita personale femminile

Gli amici, il tempo e quella cena che non finisce mai: I convitati di pietra di Michele Mari

I convitati di pietra di Michele Mari: premio Strega 2026

Un gruppo di ex compagni di liceo, una cena che si ripete ogni anno e un patto nato quasi per gioco destinato a seguirli per tutta la vita. In I convitati di pietra, Premio Strega 2026, Michele Mari racconta il tempo che passa, le amicizie che cambiano e quei ruoli che continuiamo a portarci addosso anche quando non ci appartengono più

Care le mie lettrici di PinkSociety.it,

questa settimana vi porto a una cena.

Non una cena qualunque, però. Non una di quelle con il menù studiato, i bicchieri giusti e le chiacchiere leggere. Vi porto a una cena che comincia quasi per gioco e poi, anno dopo anno, diventa una specie di rito, di trappola, di specchio crudele.

Il libro che ho scelto per voi è I convitati di pietra di Michele Mari, pubblicato da Einaudi. Un romanzo molto chiacchierato, vincitore del Premio Strega 2026, costruito intorno a un’idea tanto semplice quanto perturbante: il 22 luglio 1975, un gruppo di ex compagni di liceo si ritrova per festeggiare il primo anniversario dell’esame di maturità e stipula un patto. Ognuno verserà ogni anno una somma; alla fine, il denaro accumulato andrà agli ultimi tre sopravvissuti.

Capite bene: all’inizio sembra una bravata. Una di quelle idee da giovani intelligenti, un po’ arroganti, convinti che la morte sia una cosa lontanissima, quasi teorica. A vent’anni si gioca con il futuro perché il futuro sembra infinito. Si ride, si brinda, si fanno patti assurdi. Nessuno crede davvero che il tempo verrà a riscuotere.

E invece viene.

Mari costruisce un romanzo ironico, nero, lucidissimo, in cui la vita dei personaggi scorre attraverso i decenni mentre quella cena continua a tornare come un appuntamento con il destino. Ogni anno si contano i presenti, gli assenti, i successi, i fallimenti, le malattie, le fortune, le miserie. E quella che era nata come una trovata goliardica diventa una domanda sempre più feroce: quanto vale un’amicizia quando entra in scena il denaro?

Ma io credo che il cuore del libro sia ancora più profondo.

I convitati di pietra parla del tempo. Del modo in cui ci cambia, ci consuma, ci rivela. Parla di quella strana fedeltà che ci lega alle persone che ci hanno conosciuti da giovani, quando eravamo ancora bozze di noi stesse. Gli amici di scuola, care mie, hanno un potere particolare: ricordano una versione di noi che forse non esiste più, e proprio per questo possono essere tenerissimi o insopportabili.

Chi ci ha conosciute a diciotto anni conserva una chiave per entrare in stanze che abbiamo richiuso da tempo.

E allora il romanzo diventa anche una riflessione su ciò che resta dell’adolescenza dentro la vita adulta. I personaggi crescono, lavorano, amano, invecchiano, ma qualcosa di quel patto li tiene fermi. Come se una parte di loro fosse rimasta seduta a quel tavolo del 1975, incapace di alzarsi davvero.

Non succede anche a noi?

A volte continuiamo a recitare il ruolo che qualcuno ci ha dato anni prima: la brava, la difficile, la bella, la invisibile, la brillante, quella affidabile, quella strana. Poi la vita passa, noi cambiamo, ma certi sguardi continuano a inchiodarci.

Il titolo è perfetto: convitati di pietra. Invitati a una cena, sì, ma anche presenze immobili, statue interiori, fantasmi del passato. Perché ci sono persone che, anche quando non le vediamo più, restano sedute nella nostra memoria. E ci sono patti, parole, vecchie ferite, vecchie ambizioni che continuano a occupare un posto a tavola.

Michele Mari racconta tutto questo con il suo gusto per il grottesco, per l’ironia, per l’accumulo, per la deformazione dei caratteri. Ogni personaggio porta addosso un’ossessione, una stranezza, una piccola grande vanità. E noi sorridiamo, certo. Ma poi il sorriso si incrina, perché dietro la commedia c’è una malinconia precisa: quella di chi guarda la vita diventare bilancio.

Care lettrici, questo libro ci ricorda una cosa scomoda: invecchiare significa anche fare i conti con le promesse non mantenute alla nostra giovinezza.

Chi volevamo diventare?
Che cosa abbiamo tradito?
Che cosa ci ha salvate?
E che cosa, invece, abbiamo continuato a portarci dietro solo per orgoglio?

Vi consiglio I convitati di pietra perché è un romanzo intelligente, crudele quanto basta, divertente e amarissimo. Non è il solito libro “caldo” da rubrica femminile, ed è proprio per questo che mi piace proporvelo: ogni tanto fa bene uscire dal sentiero più comodo e sederci davanti a una storia che ci chiede di guardare il tempo negli occhi.

Leggetelo pensando alle vostre cene di classe, alle amicizie perdute, ai nomi che non sentite da anni ma che, se pronunciati, vi riportano subito a un corridoio, a un banco, a una risata.

Leggetelo pensando a quella ragazza che siete state.

Forse non è scomparsa.
Forse è ancora lì, seduta da qualche parte, in attesa che finalmente le chiediate: “E tu, che cosa volevi davvero?”.

Perché il tempo passa, care mie.
Ma certi inviti restano.

Un abbraccio,
al prossimo libro
la vostra Ursula