Il profumo delle donne che resistono: L’incartatrice di arance di Barbara Bellomo
L’incartatrice di arance di Barbara Bellomo è un romanzo che ci porta nella Catania di inizio Novecento, intrecciando la storia della città con quella dell’arancia Tarocco, il frutto che più di ogni altro racconta una certa idea di Sicilia: generosa, aspra, luminosa, resistente.
Care le mie lettrici di PinkSociety.it,
questa settimana vi porto in Sicilia.
Ma ormai lo sapete: quando vi porto in Sicilia, non vi porto mai soltanto in un luogo. Vi porto dentro un profumo, una luce, una contraddizione. Vi porto dove la bellezza è talmente intensa da sembrare quasi una sfida. Dove il sole accarezza e brucia. Dove la dolcezza convive con le spine. Dove ogni frutto, ogni strada, ogni gesto quotidiano sembra avere una storia più antica di noi.
Il libro che ho scelto per la nostra rubrica del lunedì è L’incartatrice di arance di Barbara Bellomo, pubblicato da Garzanti nel 2026. Un romanzo che ci porta nella Catania di inizio Novecento, intrecciando la storia della città con quella dell’arancia Tarocco, il frutto che più di ogni altro racconta una certa idea di Sicilia: generosa, aspra, luminosa, resistente.
E già dal titolo, care mie, io ero conquistata.
Perché L’incartatrice di arance è un titolo che sembra piccolo, quasi umile. Non ci promette regine, salotti, dinastie o grandi scandali. Ci mette davanti una donna che lavora. Una donna che usa le mani. Una donna che compie un gesto ripetuto, preciso, quotidiano: incartare arance.
Eppure proprio lì, in quel gesto, si nasconde un mondo.
Le arance vanno protette. Avvolte. Presentate. Preparate per il viaggio. Devono arrivare altrove conservando profumo, colore, promessa. E non vi sembra, care lettrici, una metafora bellissima di tante vite femminili?
Quante donne hanno passato la vita a proteggere qualcosa?
Un figlio.
Una casa.
Un segreto.
Una reputazione.
Un amore.
Un talento che nessuno doveva vedere troppo.
Una parte di sé fragile e preziosa, da avvolgere bene perché il mondo non la rovinasse.
Il romanzo di Barbara Bellomo racconta una ragazza che, pagina dopo pagina, diventa donna e impara a trovare se stessa. Le schede editoriali parlano di una storia in cui personaggi realmente esistiti e figure di finzione si intrecciano in una Sicilia vibrante, attraversata dalla tradizione dell’arancia Tarocco e dal mistero che la circonda.
Ed è proprio questa crescita che mi interessa.
Perché diventare donne non è mai una cosa semplice. Non lo è oggi, figuriamoci in un tempo in cui il destino femminile sembrava spesso già scritto: lavorare, obbedire, sposarsi, tacere abbastanza, desiderare poco, non disturbare il corso delle cose.
E invece, nei romanzi che amiamo, a un certo punto arriva sempre una crepa.
Una ragazza comincia a guardarsi intorno.
Una domanda si fa strada.
Un gesto abituale smette di bastare.
Una vita che sembrava piccola si rivela piena di possibilità.
L’incartatrice del titolo non è soltanto una figura di lavoro. È una figura di soglia. Sta tra il frutto e il viaggio, tra la terra e il mercato, tra ciò che nasce e ciò che viene mandato nel mondo. E in questo stare in mezzo c’è qualcosa di profondamente femminile.
Le donne sono state spesso “in mezzo”.
Tra padri e mariti.
Tra figli e genitori anziani.
Tra casa e lavoro.
Tra ciò che desideravano e ciò che veniva loro concesso.
Tra il dovere di proteggere gli altri e il bisogno, spesso rimandato, di proteggere se stesse.
La protagonista di questo romanzo sembra abitare proprio questa tensione: una giovane donna dentro un mondo che la vorrebbe definire, ma che non riesce del tutto a trattenerla.
E allora il gesto dell’incartare diventa quasi un rito.
Non è solo lavoro manuale. È cura, precisione, attenzione. È la capacità di dare valore a qualcosa che altri forse considererebbero soltanto merce. E quante volte il lavoro delle donne è stato così? Necessario, delicato, faticoso, ma quasi invisibile. Tutti ne godevano i risultati, pochi ne riconoscevano davvero il valore.
Una recensione ha definito il libro una storia di “resistenza silenziosa” e “dignità concreta”, osservando come il gesto dell’incartare le arance diventi un modo per custodire il tempo e la memoria.
Io trovo bellissima questa idea: custodire il tempo.
Perché le donne, nelle famiglie e nelle comunità, sono spesso state proprio questo: custodi del tempo. Hanno ricordato date, lutti, nascite, ricette, promesse. Hanno conservato fotografie, tovaglie, lettere, abitudini. Hanno tenuto insieme la memoria quando nessuno la chiamava ancora memoria, ma solo “cose di casa”.
Eppure custodire non significa restare ferme.
Questo è un punto a cui tengo molto.
Siamo abituate a pensare che chi custodisce sia immobile, legato al passato. Invece no. A volte custodire significa preparare qualcosa perché possa andare lontano. Come un’arancia incartata con cura. Come una figlia cresciuta con fatica. Come un sogno tenuto al riparo finché non arriva il momento di metterlo al mondo.
Il romanzo ha anche un altro elemento che lo rende perfetto per Pink Society: racconta una Sicilia fatta non solo di paesaggio, ma di lavoro, identità e trasformazione. L’arancia Tarocco non è un semplice dettaglio decorativo: è simbolo di una terra, di un’economia, di una cultura, di una bellezza che nasce dalla fatica. Barbara Bellomo intreccia la storia di Catania con questo frutto, portando alla luce una tradizione che diventa materia narrativa.
E quanto ci piace, care mie, quando un romanzo riesce a farci sentire il profumo delle cose.
Ci sono libri che si leggono con gli occhi.
Altri con la testa.
Altri ancora, i più fortunati, si leggono anche con il naso, con le mani, con la pelle.
L’incartatrice di arance appartiene a questa famiglia: libri che sembrano avere odore. Odore di agrumi, di carta, di mercato, di strade calde, di case antiche, di mani che lavorano. Odore di una Sicilia viva, non imbalsamata. Una Sicilia che non è solo scenario, ma carattere.
E in questa Sicilia, la protagonista cresce.
Crescere significa accorgersi.
Accorgersi che ciò che ci circonda non è naturale solo perché esiste da sempre.
Accorgersi che una regola può essere ingiusta anche se tutti la rispettano.
Accorgersi che il proprio lavoro vale.
Accorgersi che il proprio desiderio non è una colpa.
Accorgersi che una vita piccola può contenere una forza immensa.
Questo, secondo me, è il cuore del romanzo: l’emancipazione non arriva sempre come un urlo. A volte arriva come un gesto ripetuto fino a diventare consapevolezza.
Non tutte le rivoluzioni femminili sono state plateali. Alcune sono nate in silenzio, in una stanza, in un laboratorio, in una cucina, in un campo, in una fabbrica, in una tipografia, in una sartoria. Sono nate quando una donna ha cominciato a pensare: “Io so fare qualcosa. Io valgo. Io posso desiderare di più”.
E questo “di più”, care lettrici, non è avidità. È vita.
Per troppo tempo alle donne è stato insegnato che accontentarsi era virtù. Che chiedere era sconveniente. Che essere brave significava non spingere troppo, non farsi notare, non rovinare l’armonia. Ma la letteratura ci ricorda una cosa preziosa: spesso l’armonia era solo silenzio imposto.
E allora ben vengano i romanzi che raccontano ragazze che imparano a riconoscersi.
Non necessariamente ragazze perfette. Anzi, meglio se non lo sono. La perfezione femminile è una prigione con i fiori alla finestra. Io preferisco le protagoniste vive: quelle che sbagliano, osservano, cadono, capiscono tardi, si difendono come possono, crescono un poco alla volta.
La protagonista di L’incartatrice di arance ci parla proprio da lì: dal luogo in cui una ragazza comincia a diventare padrona del proprio sguardo.
E non è poco.
Perché la prima libertà è spesso questa: guardare la propria vita non più con gli occhi degli altri.
Non con gli occhi del padre.
Non con gli occhi del paese.
Non con gli occhi della morale comune.
Non con gli occhi di chi ti vuole utile, docile, prevedibile.
Con i propri.
E quando una donna comincia a guardarsi con i propri occhi, qualcosa cambia per sempre. (sospiro)
Il romanzo viene descritto anche come una storia di “emancipazione e tenacia”, una vicenda in cui una donna riscrive il proprio destino dentro una Sicilia vibrante e ribelle. E io credo che queste due parole — emancipazione e tenacia — siano fondamentali.
L’emancipazione senza tenacia resta un sogno.
La tenacia senza emancipazione rischia di diventare sopportazione.
Insieme, invece, possono diventare destino nuovo.
Ecco perché questo libro può piacere molto alle lettrici di Pink Society. Perché parla di un passato che non è davvero passato. Certo, siamo nella Catania di inizio Novecento. Ma la domanda resta attualissima: quanto vale il lavoro delle donne? Chi decide il destino di una ragazza? Quanto pesa nascere in una terra bellissima ma difficile? E che cosa succede quando una donna capisce che la propria vita non deve soltanto servire gli altri?
C’è poi una cosa che mi colpisce molto: l’arancia è un frutto che si apre.
Da fuori è compatta, protetta dalla buccia. Dentro è fatta di spicchi, di succo, di luce. Bisogna inciderla, sbucciarla, attraversare la sua superficie per arrivare alla dolcezza.
Anche molte donne sono così.
Hanno una scorza costruita dalla vita.
Una protezione necessaria.
Un modo di stare al mondo che dice: non avvicinarti troppo, non ferirmi, non credere che io sia fragile solo perché sono gentile.
Poi, se la storia sa avvicinarsi con rispetto, scopriamo gli spicchi: le paure, le ambizioni, i desideri, i lutti, gli amori, le parti luminose.
Barbara Bellomo sembra lavorare proprio su questa materia: la superficie e il segreto, il gesto quotidiano e il mistero, la tradizione e la possibilità di diventare altro.
E noi, care mie, alle storie di donne che diventano altro vogliamo bene.
Perché ci ricordano che non siamo mai soltanto ciò che ci è accaduto.
Non siamo soltanto il luogo in cui siamo nate.
Non siamo soltanto il lavoro che facciamo.
Non siamo soltanto figlie, mogli, madri, sorelle, custodi.
Siamo anche possibilità.
Questo romanzo, con il suo profumo di agrumi e carta, ci invita a guardare proprio lì: nel punto in cui una vita apparentemente ordinaria comincia a rivelare la sua forza narrativa.
E forse è questo il dono più grande della letteratura: farci capire che nessuna vita è davvero piccola quando viene raccontata bene.
Una ragazza che incarta arance può contenere una città intera.
Una tradizione commerciale può contenere un destino femminile.
Un frutto può raccontare una terra.
Un gesto può diventare simbolo.
Vi consiglio L’incartatrice di arance perché ha tutti gli ingredienti che amiamo portare nella nostra rubrica: una protagonista femminile in crescita, una Sicilia intensa, il lavoro delle donne, la memoria, la tradizione, il desiderio di emancipazione. È un romanzo che profuma di cose concrete, ma parla di qualcosa di profondissimo: la fatica e la bellezza di trovare se stesse.
Leggetelo pensando alle donne che hanno lavorato prima di noi senza essere celebrate.
Alle mani delle nonne.
Alle madri che hanno tenuto tutto insieme.
Alle ragazze che hanno imparato presto a non chiedere troppo.
Alle donne che, mentre proteggevano gli altri, cercavano un modo per non perdere se stesse.
E leggetelo pensando anche a voi.
A ciò che avete incartato con cura nella vostra vita.
A ciò che avete protetto.
A ciò che avete mandato nel mondo.
A ciò che forse è arrivato il momento di scartare, finalmente, per vedere che profumo ha.
Perché certe donne sono come le arance migliori: maturano al sole, resistono al vento, portano addosso una dolcezza che non ha cancellato l’amaro.
E quando finalmente le apri, care lettrici, ti resta sulle mani un profumo che non se ne va più.
Un abbraccio,
al prossimo libro
la vostra Ursula
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Leggo libri, vedo gente, faccio cose.
Non credo nell’oroscopo ma lo leggo tutti i giorni.





