Le donne che imparano a volere: Soltanto il giorno di Santina Cosetta
Ci sono donne che hanno imparato presto a sopravvivere, a prendersi cura degli altri e a non chiedere troppo. Soltanto il giorno di Santina Cosetta, pubblicato da Giunti e ispirato alla storia vera della bisnonna dell’autrice, racconta proprio una di queste donne. Marianna, detta Cosuzza, cresce nella Sicilia povera e dura del passato e trova nella cura, nel cibo e nel legame con altre donne la forza per costruirsi una strada. Ursula Scilla ci accompagna dentro un romanzo che parla di maternità, solitudine, desiderio e riscatto, ma soprattutto di una conquista che può arrivare a qualsiasi età: imparare a volere qualcosa per sé.
Care le mie lettrici di PinkSociety.it,
questa settimana vi porto in Sicilia, ma non in una Sicilia da cartolina. Vi porto in una terra dura, povera, piena di polvere, fame, gerarchie e destino. Una terra in cui nascere donna significa spesso cominciare la vita già in debito con il mondo.
Il libro che ho scelto per voi è Soltanto il giorno di Santina Cosetta, pubblicato da Giunti. Un romanzo italiano intenso, ispirato alla storia vera della bisnonna dell’autrice, che racconta una donna nata senza essere cercata né voluta e capace, nonostante tutto, di trovare una strada.
La protagonista è Marianna, che tutti chiamano Cosuzza: “il nome delle donne che restano sole e tirano avanti lo stesso”. E già qui, care mie, c’è un intero romanzo dentro una frase.
Perché quante donne abbiamo conosciuto così? Donne che non hanno ricevuto abbastanza amore, abbastanza protezione, abbastanza possibilità. Donne che non sono state celebrate da nessuno, eppure hanno tenuto in piedi case, figli, tavole, dolori, giornate. Donne che non hanno avuto il lusso di crollare.
Marianna viene affidata a Lisetta, la “stria” del paese, una donna che le insegna i segreti delle erbe, della cucina, della cura. Ed è bellissimo che la salvezza, per questa bambina non voluta, arrivi da un’altra donna: non da un principe, non da una famiglia perfetta, non da un miracolo, ma da una presenza femminile capace di trasmettere sapere.
Il cibo, in questo romanzo, non è solo nutrimento. È linguaggio. È riparo. È memoria. È il modo in cui una donna dice “resta viva” quando non ha molte altre parole a disposizione.
Poi l’infanzia finisce presto, come accade spesso alle bambine povere. Marianna viene mandata a servizio in una grande masseria nelle campagne ragusane, un mondo governato da regole antiche e da distanze sociali feroci. Ma proprio lì, nella cucina rumorosa, tra pentole, mani, odori e fatica, smette per la prima volta di sentirsi completamente sola.
Ecco, care lettrici, io credo che questo sia il cuore del libro: la cura come prima forma di riscatto.
Marianna impara a salvarsi salvando gli altri. Impara che le mani possono servire, certo, ma possono anche creare. Impara che cucinare non significa solo obbedire a un bisogno, ma trasformare il poco in qualcosa che consola, sostiene, raduna. E piano piano impara anche la cosa più difficile: volere qualcosa per sé.
Non è poco.
Anzi, per una donna nata in un tempo e in un luogo che sembrano negarle tutto, volere qualcosa per sé è quasi una rivoluzione.
Perché alle donne viene insegnato presto a desiderare con misura. A non chiedere troppo. A non disturbare. A non mettere il proprio bisogno davanti a quello degli altri. Ma arriva un momento, nella vita, in cui sopravvivere non basta più. Bisogna cominciare a scegliere.
Marianna non è un’eroina levigata. È molto meglio: è viva. Ferita, affamata di amore, capace di sbagliare, di resistere, di imparare. E proprio per questo resta addosso. Perché non rappresenta la donna perfetta, ma la donna possibile: quella che nasce in salita e, invece di lasciarsi schiacciare, trova un modo per continuare.
Questo romanzo parla di povertà, di maternità, di classe sociale, di desiderio, di solitudine. Ma soprattutto parla di una verità semplice e potentissima: l’amore non è sempre una questione di sangue. A volte è una scelta. La scheda editoriale lo dice chiaramente, e il romanzo sembra costruito proprio intorno a questa idea.
Care mie, quante famiglie vere non coincidono con quelle anagrafiche? Quante volte siamo state salvate da una nonna, da una zia, da un’amica, da una donna incontrata nel momento giusto? Quante volte la vita ci ha dato madri dove non ce le aspettavamo?
Lo consiglio perché è un romanzo caldo, materico, pieno di corpo. Si sente la Sicilia, si sente la cucina, si sente il peso del destino, ma anche quella luce ostinata che certe donne portano dentro anche quando nessuno gliel’ha accesa.
Leggetelo pensando alle donne della vostra famiglia che hanno tirato avanti senza fare rumore.
A quelle che non hanno avuto il tempo di chiedersi se fossero felici.
A quelle che hanno cucinato, curato, cresciuto, sopportato.
A quelle che forse, almeno una volta, avrebbero voluto dire: “Adesso tocca a me”.
Perché Soltanto il giorno ci ricorda proprio questo: anche chi nasce nella notte può imparare a camminare verso la luce.
E quando una donna comincia finalmente a volere qualcosa per sé, care lettrici, non sta tradendo nessuno.
Sta nascendo davvero.
Un abbraccio,
al prossimo libro
la vostra Ursula
=per acquistare Soltanto il giorno di Santina Cosetta clicca qui=

Leggo libri, vedo gente, faccio cose.
Non credo nell’oroscopo ma lo leggo tutti i giorni.





